Pomeriggio. Me ne sto stravaccato sul mio letto d'albergo, tutto assorbito da un rapporto di Human Rights Watch sulle torture delle forze speciali indonesiane a Timor. Bussano alla porta. E' Alex:
- Enzo, my friend, vorrei chiederti un favore.
- Tutto quello che vuoi, irmão.
- Mia moglie e mia figlia sono nascoste in un villaggio fuori Giakarta, ma ho saputo che sono in pericolo. Vorrei trasferirle a Sumatra. E' più sicuro. Là hanno dei parenti. Potrei ospitarle nella mia stanza, stanotte, così domattina presto le metto su un treno?
- Ma certo! Figurati.
- Ci ... uhm, ci sarebbe anche mia suocera, la mamma di Florentina.
- Vuoi un'altra stanza?
- No, la mia basterà per tutti.
Quella sera, un po' circospetto, mi invita in camera sua. La moglie, Florentina, è timida, dolce, tutta in nero per i lutti recenti, un po' intimidita dall'albergo, dalle ceramiche del bagno, dalla doccia. La suocera è un fagotto grinzoso e muto imbacuccato di nero. E la bimba, Philosophia, detta naturalmente Sophia... due occhi neri grandi grandi in un faccino dolce color ambra, avrà tre anni. Allinizio ha paura di me, ma poi prende confidenza, accetta di giocare, ride e si rifugia tra le mie braccia. La coccolo con affetto, penso a mia figlia quandera piccola. Ad Alex brillano gli occhi. Mi stringo al petto quel fagottino tenero tenero, e mi chiedo per quale ragione il mondo e' cosi' orrendo che una bimba tanto piccina debba scappare, nascondersi, aver paura.
E Alex, cocciuto, continua ad andarsene in giro anche se si sa dellOperasi Pembersihan, Operazione Pulizia: i servizi segreti hanno schedato tutti i resistenti timoresi da ammazzare a Giakarta. Alex e' al top della lista.
"Sono al quarto o quinto posto della blacklist, my brother" mi aveva detto qualche sera fa, con la solita tranquillità un po' fatalista. "Ma per ora non posso andare. Ce' ancora del lavoro da fare."
Maledetto zuccone. Mica posso partire e lasciarlo cosi'. Devo riuscire a convincerlo a rifugiarsi in unambasciata.
Le foto delle torture
Una casetta dal tetto di eternit nella periferia di Giakarta, un giardino con i manghi e gli ibischi, colonne sottili di formiche che risalgono il muro dipinto di giallo nel caldo asfissiante del pomeriggio. Rambang è un giovane fotografo indonesiano, sono arrivato da lui tramite un giro che passa da Alex e da Solidamor. Non tutti i ragazzi indonesiani stanno col loro governo. C'è un consistente gruppo di studenti che avversa la politica dei generali e che lavora per il diritto all'autodeterminazione di Timor Est.
Rambang mi mostra una serie di foto che hanno scattato gli stessi soldati indonesiani che, come i nazisti, amano documentare le loro torture. Ci sono foto di teste mozzate, di giovani dal corpo esile strangolati con le catene, sbattuti su pavimenti di cemento grezzo, soffocati con una sbarra di ferro infilata in gola, bruciati con le sigarette, torturati coi fili elettrici.
Le più impressionanti sono quelle di una studentessa (si riconosce la gonnellina a scacchi che è la divisa della scuola del S acro Cuore a Dili) rapita, tagliuzzata, coperta di sangue, violentata e infine uccisa. Era stata arrestata durante una manifestazione, di fronte alla casa del Vescovo Belo. Il cadavere, coperto di scritte sbeffeggianti il Nobel e la religione cattolica ("Chiedi aiuto al tuo Cristo" - "Salutaci il Premio Nobel" ) è stato trovato qualche giorno dopo su una spiaggia fuori Dili.
Spunta una ragazzina esile, sorridente: ci porta succo di frutta in due bicchieri di plastica arancione. Rambang me la presenta, è la sua ragazza. Lei mi allunga un CD: "Qui ci sono le foto. Fallo sapere, in Europa, quello che succede a Timor. E non solo a Timor: i nostri soldati torturano e violentano alle Molucche, a Irian Jaya, ad Aceh. Dovunque ci sia un popolo che lotta per liberarsi dalla tirannia di Giakarta."
Come faccio, ragazza mia? Tu sei giovane e appassionata. L'Italia è un Paese vecchio e cinico. A chi vuoi che gliene freghi qualcosa di un ragazzino dalla pelle scura torturato a Timor quando, nel Corno d'Africa, le nostre truppe in missione di pace mettono i fili elettrici nei testicoli dei prigionieri somali?
Ma non glielo dico, non ho il coraggio. Prendo il CD e borbotto che farò il possibile.
Giornata tragica: facciamo festa
Oggi è stata la giornata piu' orribile, una giornata da perdere tutte le speranze. Il ministro degli Esteri USA Madeleine Albright ha dichiarato, col suo faccione da mastino: "Noi americani non siamo disponibili a rischiare le vite dei nostri soldati".
Gli australiani hanno una gran voglia di sganciarsi. L'ONU traccheggia impotente tra una mozione e l'altra, tra un veto e un rinvio: deve chiedere agli indonesiani il permesso di intervenire a Timor. Figurati. Il generale Wiranto ghigna alla CNN che, grazie alla legge marziale, lordine regna a Timor Est.
Siamo tutti abbattuti, siamo invasi da una tristezza infinita e dalla sensazione quasi fisica di una cappa di sconfitta che incombe, che sta per schiacciarci.
Basta, basta con questo senso di morte, con la disperazione che ci pervade a ogni notizia negativa, a ogni squillo di cellulare. Bisogna rompere il cerchio. Stasera bisogna far festa.
Telefono a Kirsty sul cellulare:
"Ciao, Biancaneve. Che ne diresti di andare tutti a cena in un bel posto, stasera? Tu, io, Alex, Misha, la mamma, i ragazzi ... "
"Ma Enzo, è una bellissima idea. Staccare un attimo farà bene a tutti:"
"Ovviamente porta anche il tuo boyfriend..."
Scoppia in una risata argentina:
"Boyfriend? Uh... no, niente boyfriend, Enzo. Verrò con la mamma, come le brave ragazze italiane."
Mmm... mi sa che si mette bene.
Danzando sul Titanic
Il ristorante lo scelgo con cura: l'Oasis, il piu' bel ristorante di Giakarta. Musica indonesiana con strumenti tradizionali, ambiente elegante, camerieri in sarong ricamati, cucina di alto livello. Dopo tanti lutti e tante angosce abbiamo bisogno di trattarci bene: ci siamo meritati un po di luxe, calme et volupté.
Una grande tavola rotonda, tovaglia di lino écru, fiori, vasellame curato, posate d'argento. Kirsty è avvolta in una sua sorta di radiante candore, una vera Biancaneve. Parliamo di cinema, dell'Italia. Mangiamo bene, una successione di carni e di pesci alla griglia, di curry e di risi squisiti, beviamo un ottimo Chardonnay australiano. E io faccio litaliano allegro e un po' coglione, parliamo di Capri e della Sicilia, di ragazze italiane, di ragazze australiane, di ragazze indonesiane.Racconto barzellette in pessimo inglese. Mi sento tanto Alberto Sordi.
Sotto sotto la tragedia e' ben presente, come dimenticarla, ma chi conosce la morte lo sa: la sua vicinanza, per reazione, fa venire voglia di ridere. Accenno un pezzo del "Don Giovanni" con la mia voce da baritono stonato, ridono i camerieri in frac, ridono anche i ragazzi e le ragazze timoresi. E non sono risate di circostanza, si ride sul serio, di cuore. Morte e leggerezza, orrore ed eleganza, macelleria e raffinatezza mescolate insieme in una proporzione esaltante.
L'impressione è esattamente quella di ballare il valzer mentre il Titanic sta andando a picco.
L'intervista? Si può fare
Uscendo dall'Oasis nella notte indonesiana, Kirsty mi prende sottobraccio:
- Senti, incontrare Xanana in questi giorni è veramente impossibile, un meeting dopo l'altro, l'ONU, i diplomatici, la CNN. Però ho pensato a come fargli lo stesso l'intervista.
- Davvero?
- Sì. Comincia a scrivere una serie di domande. Io gliele sottopongo, annoto le risposte e poi le rivediamo insieme, che ne dici?
Non è il massimo. Ma insomma, è già qualcosa. Quanto mi piace, questa ragazza. La saluto con un bacio sulla fronte, respirando il profumo dei capelli biondi.
Ucciso un giornalista
Oh, cristo. Alla CNN trasmettono e ritrasmettono il video del giornalista olandese ammazzato e mutilato dalle milizie a Becora, fuori Dili. Si chiamava Sander Thoenes, aveva 30 anni. La telecamera non ha pietà: il teschio scarnificato, la dentatura scoperta in un ghigno, la massa di capelli giallo paglia. I grossi mosconi verdi che gli ronzano intorno, che gli entrano nelle orbite vuote da cui hanno già mangiato gli occhi.
Non posso fare a meno di pensare al presagio che mi ha sconsigliato dal mettere piede sull'isola.
Vojo 'a lacrima
Mentre passeggio nei giardini di Merdeka Square, sgranocchiando uno spiedino di pollo e limone comprato da un venditore ambulante, chiamo Repubblica:
- Fabio, guarda che forse riesco a intervistare Xanana Gusmao.
- Ammazza, a' E', sarebbe proprio 'na ficata! Aoh, lo sai che ieri a Scianàna j'hanno ammazzato er padre e 'a madre?
- Ah, non lo sapevo, Accidenti...
- Lo devi portà sur perzonale ... je devi strizzà er core ... chiedije der padre, de l'eredità spirituale che j'a lasciato, de le emozzioni, de quann'era regazzino e er padre s'o teneva sui ginocchi, insomma, me devi fa' piagne er lettore! Vojo 'a lacrima, capito? A lacrima!
Mi sa che, come diceva Graham Greene nel Tranquillo Americano, non sono adatto a fare il giornalista - al massimo il reporter.
La lacrima te la cacci su per il culo, Fabio. L'intervista la faccio a modo mio.
Chi è veramente Kirsty?
A cena al Cafe Batavia con Misha, la giovane psicologa timorese, e Alex. Misha si lascia scappare:
- Beh, Kirsty forse è quella più in pericolo. Speriamo che gli indonesiani non scoprano che è la moglie segreta di Xanana...
Alex le manda un'occhiataccia e cerca di sviare il discorso, ma Misha prosegue:
- Che storia romantica, la loro... pensa, lei faceva la volontaria nel carcere di Cipinang, lui anche là dentro organizzava i prigionieri ... si sono innamorati ... lei ha fatto perfino l'agente segreto, si nascondeva addosso i messaggi che Xanana inviava alla Resistenza ...
Oh, oh, oh...
Come uomo, ho il cuore infranto. Come reporter, ho un culo incredibile. E in fondo non è così sicuro che i reporter siano uomini.
Che sta per dire Habibi?
Improvvisamente viene annunciata un'importante dichiarazione del presidente indonesiano Habibi, a reti unificate. Fra un'ora.
Che dirà? Certamente riguarderà Timor Est. Sarà il "No" definitivo all'intervento dell'ONU?
Un'australiana in fuga
Kirsty decide di rimandare la mamma, Rosalie, in Australia. Restare qui comincia a essere pericoloso, e anche Rosalie, femminista, veterana di tante battaglie civili, non vuole essere di peso. Kirsty mi chiede se le voglio accompagnare all'aeroporto. Saliamo su una BMW scura con targa civile (ma l'autista mi sembra inglese) e filiamo a velocità sostenuta sulla tangenziale che porta al Soekarno-Hatta.
C'è silenzio, nell'auto. Stipati sul divano posteriore, pensiamo tutti, più o meno, alle stesse cose e nessuno si sente di dirle.