La situazione si ribalta
Mentre saliamo le scale dell'aeroporto squilla il cellulare. Kirsty, con la faccia preoccupata, stringendo le labbra, porta il telefono all'orecchio. Ascolta, spalanca gli occhi:
"Cosa?", il suo viso si illumina:
"Cosa? Cosa? Ma non è possibile!" ripete "Fantastico!"
Si volta verso di noi:
"Habibi ha appena dichiarato che accetta l'intervento armato dell'ONU! Le navi australiane sono già in rotta per Timor Est!"

Gioia incontenibile, Ci abbracciamo, urliamo, ridiamo. Non ci credo, sono emozionatissimo, siamo emozionatissimi. E' la prima volta nella storia che l'ONU applica la dottrina dell'ingerenza umanitaria: si interviene in armi, con l'ordine preciso di sparare, interferendo nella politica interna di un Paese membro.

Era ora, dopo l'agonia penosa della Bosnia, in cui i cecchini sparavano sui bambini sotto gli occhi dei soldati ONU, a cui era proibita qualsiasi azione armata. (E infatti i bombardamenti su Belgrado non li ha fatti l'ONU, ma la NATO).

Gli indonesiani si sono piegati alle pressioni internazionali, soprattutto a quelle di Clinton, pressato a sua volta dall'opinione pubblica mondiale.

Chiamano il volo: Rosalie e Kirsty si abbracciano, poi la mamma si dirige con gli occhi umidi verso il gate B-16.

Kisrty e io ci sediamo al bar dell'aeroporto, con le gambe molli.
Festeggiamo parcamente: un succo di papaia per lei, una Bintang per me. Stiamo un po' lì, in silenzio, lo sguardo perso nel vuoto, cercando di realizzare una notizia che cambierà profondamente le vite di tutti quelli che conosco qui. Niente esilio per Kirsty e Xanana, sicurezza e ritorno a casa per Alex e la sua piccola Sophia, libertà per Timor Est, punizione per gli assassini delle milizie, sconfitta per il Generale Wiranto. Ma ancora non è detto, bisogna vedere se le milizie fomentate dall'esercito indonesiano accetteranno di ritirarsi, dopo dieci giorni di violenze e saccheggi.

Sono così emozionato che, quando andiamo, dimentico sotto il tavolo la borsa birmana di tela dove tengo le cose più importanti: il taccuino, il passaporto, i dischetti di backup del computer. E' Kirsty, sempre presente, sempre attenta ai particolari, che se ne ricorda:
"Ehi, che fai, lasci la borsa?"
"Oh, Biancaneve, è vero!"
Ride: "Se io sono Biancaneve, tu sei The Forgetful Dwarf!"

E sarà con questo nomignolo che continuerà a chiamarmi. Ce ne andiamo felici, esilarati, sollevati, emozionati, ridendo e chiacchierando allegramente sottobraccio: Biancaneve e il Nano Scorderello (che è grosso il doppio di lei).





In camera con Kirsty

Fa freddo, stasera, a Giakarta. Dal Mar di Giava tira un vento gelido che ci fa rabbridire nelle nostre giacche leggere. Al ritorno dall'aeroporto Kirsty mi invita a mangiare una zuppa calda in camera sua. Saliamo in un ascensore rivestito di ottone e di sandalo, il legno profumato che i galeoni olandesi portavano da Timor fino all'Europa.
Quando arriviamo al piano un giovanotto biondo, robusto, vestito di scuro ci sbarra il passo, riconosce Kirsty, sorride e si fa da parte chinando rispettosamente la capigliatura a spazzola.
"British protection" sussurra, quasi scusandosi, Kirsty "very efficient".
Tutto l'ultimo piano del Mandarin Oriental è sorvegliato dagli SAS britannici. Giovanottoni silenziosi, discreti, cravatte regimental, camicie bianche, abiti scuri con un rigonfio dietro la cintura, auricolare, mitragliette fuori vista. E bravo il Foreign Office.

La suite di Kirsty è lussuosissima, e ha anche una piccola cucina: mi prepara un minestrone caldo, tira fuori dal frigo delle piccole banane, affetta un po' di pane nero, stappa una birra e appoggia tutto sul tavolino del salotto. Ci sediamo a mangiare sui divani rivestiti di splendidi batik di seta.

"Non credere che sia abituata a tutto questo lusso" mi fa lei "Fino a poche settimane fa dividevo con Louise una stanzetta di periferia piena di formiche - e Xanana aveva una cella a Cipinang".

E Cipinang era già una prigione abbastanza decente. Mi racconta di quando andava nell'orrida prigione di Salemba. Allora faceva la volontaria per una ONG australiana: così incontrò Xanana.

- E fu a Salemba che vi innamoraste?
Mi sorride come a dire "ah, lo sai?" e finalmente lo ammette:
- Sì, fu lì che ci innamorammo. Facevo finta di essere la nipote di un detenuto australiano, per poterlo incontrare. Chiacchieravo con mio "zio" e intanto, di nascosto, ci sfioravamo la mano.

Mi racconta del piano che, assieme a Ramos Horta, avevano messo a punto per liberare Xanana: avevano organizzato un gruppo di ex commando inglesi e di mercenari australiani che erano già pronti per un'azione di forza. Kirsty teneva i collegamenti tra la prigione e il commando. Mi racconta dei giri interminabili e dei trucchi per sfuggire ai pedinamenti, delle riunioni notturne, dei bigliettini con gli ordini di Xanana nascosti "guess where?" – mi fa con un sorriso malizioso.

La suite è piena di scatoloni: documenti e materiale che hanno portato via dalla sede della Resistenza. Ne apre uno, tira fuori un paio di anfibi e una tuta mimetica nuova nuova, che accarezza con amore. Poi, mentre le leggo le domande che ho preparato per l'intervista a Xanana, prende l'ago e comincia a cucire sulla mimetica uno scudetto rosso con due sciabole incrociate e la scritta: "Patria Povo". Patria, popolo.

E' lo stemma del Falintil, l'esercito ribelle di Timor Est. E lei è Penelope che, dopo tanti anni, cuce la veste di battaglia del suo uomo: per quando tornerà a Itaca.





Un libro di poesie

E' stata una giornata piena di emozioni. Abbiamo finito di stendere le domande per Xanana. Anche Kirsty è stanca. Mi alzo.
"Beh, Biancaneve, io vado."
"Mmm .. aspetta."
Fruga in uno scatolone, mi porge un libro:
"Tieni"
"Oh..."
Sulla copertina c'è un mare azzurro. Il titolo è "Mar Meu". Sono le poesie che Xanana ha scritto in carcere.

L'abbraccio:
"Grazie! Buonanotte, Biancaneve!
"Buonanotte, Nanetto Scorderello!"

Me ne vado, con un pizzico di rimpianto, per i corridoi felpati di moquette e pannellati di legno, saluto con un cenno i giovanottoni di guardia e mi infilo nell'ascensore che profuma di sandalo.





Avo Crocodilo


Dopo le sete e gli ottoni della suite del Mandarin, la stanza del Karya mi sembra ancora più squallida - e il grande letto più solitario. Apro il libro di Xanana, leggo le sue poesie, guardo la foto che lo ritrae in carcere mentre dipinge un quadro. Da tutto traspare un amore assoluto e profondo per la sua isola, una terra in cui si sente che ha radici profondamente conficcate nella storia e nelle leggende, in una cultura che è solo per metà europea, portoghese. L'altra metà mi sembra oceanica, selvaggia, primitiva, legata al mare e alle montagne, alle risaie e alla giungla, ai coccodrilli e ai bufali: profondamente timorese.

Timor, se guardate le carte, ha la forma di un coccodrillo. Ecco una poesia che Xanana le dedicò.


Avô Crocodilo

Diz a lenda,
e eu acredito!

o sol na pontinha do mar
abriu os olhos
e esparaiou os seus raios
e traçou uma rota

Do fundo do mar
um crocodilo pensou buscar o seu destino
e veio por aquele rasgo de luz

Cansado, deixou-se estirar
no tempo
e sua crostas se transformaran
em cadeias de montanhas
onde as pessoas nasceram
e onde as pessoas morreram

Avô crocodilo

– diz a lenda
e eu acredito!
é Timor!

----------------

Nonno Coccodrillo

Racconta la leggenda,
e io ci credo!

Il sole, alto sul mare,
socchiuse gli occhi
e lanciò i suoi raggi
per tracciare una rotta

Dal fondo del mare
Un coccodrillo decise di inseguire il destino
Ed emerse a quel raggio di luce

Stanco, si stiracchiò
nel tempo
e le sue scaglie si trasformarono
in catene di montagne
dove gli uomini nacquero
dove gli uomini morirono

Nonno Coccodrillo

- racconta la leggenda,
e io ci credo!
è Timor!





Finalmente, Xanana


Mi telefona Biancaneve:
"Alle undici all’Ambasciata Britannica Xanana tiene una conferenza stampa per i media portoghesi. Ti va?"
"Se mi va? Ma certo!"
"E per la lingua?"
"No problem!"
Non capisco una parola di portoghese. Ma alle undici meno dieci vengo accompagnato da un altro di questi giovanottoni in abito scuro all’interno dell’ambasciata britannica. E' una specie di pub, probabilmente il circolo dei dipendenti dell'ambasciata. C'è una decina di giornalisti portoghesi e brasiliani, un paio di radio, due televisioni.

E poi arriva lui: il Comandante Kay Rala Xanana Gusmao, in doppiopetto grigio e barba brizzolata. E’ più minuto di quanto me lo aspettassi – uno si aspetta sempre che un leader sia anche fisicamente un gigante. E' intenso, gli occhi neri e mobili alternano momenti di riflessione profonda a lampi d’allegria. Quando si appassiona parla con tutto il corpo, spalanca gli occhi, li alza al soffitto, ti scruta, ammicca, allarga le braccia, alza le spalle, inclina la testa, ti avvolge con un sorriso caldo e contagioso. Ha un viso estremamente espressivo, terribilmente pieno di charme, inevitabilmente latino.

Mentre parla mi chiedo: dove ho già sentito questa voce in un uomo esile più meno della stessa corporatura, con gli stessi lampi negli occhi che ridono?

Cazzo. In Chiapas. Passamontagna a parte, Xanana potrebe essere il gemello separato alla nascita del Subcomandante.

E, come Marcos, ti conquista immediatamente. Ti fa sentire che l'unica cosa giusta da fare è prendere il fucile e andare sulle montagne a combattere per lui, per la sua causa. Anche se sei un pubblicitario cinico e scafato che l'età delle illusioni l'ha passata da un pezzo. E' qualcosa che va al di là della ragione: è animale, rettiliano, deve avere qualcosa a che fare con l'istinto del branco.

E' la seconda volta in vita mia che sento in un uomo questo magnetismo. Dev'essere così che Giulio Cesare, Braccio da Montone o Giuseppe Garibaldi convincevano migliaia di uomini a prendere le armi e andare a morire per una patria, una bandiera, un'idea di libertà.





Che faccio? Lo abbraccio

Alla fine della conferenza stampa mi avvicino, gli dico:
"Ehm ... comandante...posso scrivere che stanotte sono andato a letto con Xanana Gusmao?"

Mi guarda, interrogativo, gli mostro il suo libro di poesie. Ride, lo prende, mi scrive una dedica, me lo restituisce con un'occhiata sorridente. Non ce la faccio a trattenermi, sono un istintivo, lo abbraccio di getto e gli sussuro:
"Grazie per tutto quello che state facendo per la causa della libertà. L’Europa è con voi".
Cazzo di diritto ho io di parlare a nome dell'Europa? Ma mi scappa così, lui mi abbraccia forte, due SAS mi bloccano, Xanana ride, dice qualcosa a Biancaneve, poi esce e i giornalisti se ne vanno.

Biancaneve mi intercetta davanti all’uscita:
"Ehi, che fretta! Mi accompagni?"
"Ma certo. Grazie per avermelo fatto incontrare, Biancaneve. Che uomo. Mi ha..."
"Zitto. Aspetta ..."
Lascia passare una reporter di una TV di Lisbona grassa e indisponente seguita da due operatori con le loro Betacam, poi mi apre una porticina di ferro verniciata di bianco:
"Entra, svelto!"





Nel bunker

Mi infilo nella porticina, scendo qualche scalino di cemento: entro in un locale senza finestre, un bunker illuminato solo da tubi al neon.

Somiglia in tutto a una prigione: pareti grigie, un cucinino, un bagno e uno stanzone arredato in modo spartano. Un divano, tre poltrone, un tavolo per mangiarer e per le riunioni, un televisore sintonizzato sulla CNN, un computer portatile poggiato per terra sulla moquette blu, due brandine su cui si alterna il sonno delle quattro guardie del corpo.

In un angolo, una vetrinetta con un’incongrua collezione di porcellane Wedgwood ci ricorda che siamo pur sempre in territorio britannico.

Da dietro il paravento spunta un tizio in jeans e camicia azzurra con la barba brizzolata. Oh, santo cielo. Si è tolto il doppiopetto grigio, ma è proprio lui.

Mi fa un sorriso:
"Ecco l’italiano che dice in giro di essere stato a letto con me! Come va?"
"Ehm ... uhm ... oh ..."
"Un caffe'? Certo, non e' il vostro espresso..."
"Uh ... grazie, Mr. Gusmao ..."
"Ma no, chiamami Xanana ... siediamoci ... si sa niente di Ronaldo?"

Ronaldo ... Ronaldo ... Ronaldo ... cerco disperatamente di ricordare se nel dossier che mi ha dato la sua addetta stampa ci sia un comandante timorese con questo nome. Prendo tempo:
"Beh, Ronaldo ... uh ..."
"Pare che abbia dei problemi ai muscoli ... chissa' se giochera' contro il Parma, domenica. Beh, almeno speriamo che mettano in campo Baggio .... Roberto, naturalmente ..."

Prima che possa capire di cosa sta parlando, Xanana Gusmao ha gia' tenuto una dissertazione su Christian Vieri, su Roberto e Dino Baggio, sul nuovo portiere che viene dal Parma.

A quattromila chilometri da Milano, in un bunker, mentre poco lontano infuriano i massacri?

Arriva Biancaneve portando un vassoio con grandi tazze di caffè:
"Xanana ... Enzo e' l’inviato di un grande quotidiano italiano: non è qui per parlare di calcio. Vorrebbe farti qualche domanda ..."

(La definizione e' un filo esagerata, ma sta' a guarda' er capello).

"Certo, certo! Ah, il calcio! E' la mia malattia. Pero' scrivi, Enzo:
la prima cosa che faro' quando Timor Est allaccera' rapporti ufficiali con l’Italia sara' una partita Inter-Timor Est! Diglielo, a Moratti!" e ride di gusto, una risata contagiosa.
Che personaggio. E’ abile, gioca su diversi livelli, e' capace di essere ridanciano e appassionato, retorico o molto secco, coinvolgente o minaccioso. Un carisma travolgente, lo ami a prima vista.

Il caffè è buono. L’intervista fila via liscia, casuale, e' piu' una chiacchierata tra due persone. Dopo le prime domande generiche gliene rifilo tre o quattro di quelle toste. Due giorni fa gli hanno ucciso il papa' e la mamma, quali erano i rapporti? E i figli? Con che cuore li ha abbandonati piccolini? Lui non si nega, mi risponde, si scava dentro, si apre, si confessa. Riesce a comunicarmi il suo dolore di uomo e il suo amore per la liberta': "Io so che, quando mio padre e' morto, e' morto felice perche' aveva potuto scegliere il destino della Patria".
Dice proprio cosi’, dice "Patria" con la P maiuscola. Una parola che da noi ormai ha perso significato. E capisco che, per lui che non ne ha mai avuta una, e che per costruirla si e' sparato ventiquattro anni tra guerriglia e prigione, questa parola e’ una conquista, un sigillo, un Santo Graal.

Cazzo, lo so che casco nella retorica. E' che, quando sei a contatto con la Storia vera, e incontri gente che per restituire la libertà a un'isoletta sperduta è disposta a lottare per venticinque anni, a farsi la galera e anche a morire, come fai a trovare le parole?



Il testo integrale dell'intervista a Xanana



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