XANANA GUSMAO: COSI' SALVERO' LA MIA GENTE
Conversazione notturna nel bunker in attesa dello sbarco delle truppe ONU a Timor Est.
Giakarta, settembre
È notte fonda, ma nel bunker senza finestre dell'ambasciata britannica la luce non cambia mai: è sempre quella senz'anima dei neon incassati nel soffitto. Xanana Gusmao si accende unaltra sigaretta, mentendo spudoratamente a se stesso:
- OK, questa è lultima e poi a letto.
Si allunga su una poltrona, mette i piedi sul tavolino, tira una lunga boccata e fa un sorriso stanco.
Non indossa più la mimetica del guerrigliero, e neppure il camisaccio di cotone grezzo del carcerato: solo un paio di jeans e una camicia azzurra. È minuto, intenso, gli occhi neri e mobili alternano momenti di riflessione profonda a lampi dallegria. Quando si appassiona parla con tutto il corpo, spalanca gli occhi, li alza al soffitto, ti scruta, ammicca, allarga le braccia, alza le spalle, inclina la testa, ti avvolge con un sorriso caldo e contagioso.
Ha un viso mobile, estremamente espressivo, terribilmente pieno di charme: inevitabilmente latino.
Nonostante ventiquattro anni tra guerra e galera non ha nulla della durezza del militare, specialmente dei generali indonesiani dello stampo di Wiranto. Sorprende, invece, la mitezza venata di humour, la dolcezza appassionata di un uomo la cui inclinazione sarebbe quella di sognare poesie e coltivare emozioni, senza nessuna vocazione ad essere un eroe. Un uomo che invece il destino ha costretto, suo malgrado, a condurre un popolo attraverso l'inferno.
Chi scrive ha avuto la rara fortuna di vivere in diretta, a fianco dei suoi collaboratori più stretti, unaltalena di emozioni che avrebbe spaccato il cuore a un bue: lesultanza per la vittoria nel referendum, la tensione per le prime notizie dei massacri, la disperazione nel vedere Dili in fiamme, la proclamazione della legge marziale, l'orrore per il genocidio, la tensione di sentirsi braccati anche a Giakarta, il senso di sconfitta quando tutto sembrava perduto. Ma, alla fine, la pressione internazionale dei media, delleconomia e della politica ha costretto gli indonesiani a cambiare radicalmente atteggiamento.
Finalmente la situazione pare migliorata: è tornata perfino la voglia di scherzare.

- Xanana: non hanno fatto in tempo a liberarti che ti hanno subito ricacciato in galera...
- Beh, speriamo che questa sia lultima, no? E, in fondo dormire in territorio britannico è piu riposante che dormire a Cipinang.
(Cipinang è la prigione dove ha passato gli anni più neri. Un posto indegno di qualsiasi società civile).
-E quale sarà la prima cosa che farai quando allaccerai rapporti con l'Italia?
Ride, scopre un po i denti, gli occhi diventano due carboncini allegri e ironici:
- Una bella partita Timor Est-Inter! Come sta Ronaldo? E di Baggio che mi dici? Certo, il campionato è inziato da poco, ancora non si può dire...
Mi lascia stupefatto lanciandosi in una informatissima dissertazione sul campionato italiano: sa tutto di Christian Vieri, di Roberto e Dino Baggio, del nuovo portiere che viene dal Parma. La mia scarsa competenza calcistica è travolta e affondata in tre secondi.
Un classico: è in mezzo alle tragedie più grandi che viene voglia di scherzare. È la pulsione vitale che si fa strada, prepotente, iresistibile, per esorcizzare il dolore e la morte.
- Senti, Xanana, veniamo alle domande serie: secondo te che succederà nelle prossime settimane?
- Tornerà la pace, spero ... Le milizie, finito il lavoro sporco, sono diventate superflue, anzi, imbarazzanti per lesercito indonesiano ... penso che le lasceranno scappare al sicuro, a West Timor o a Giakarta... magari faranno fuori i personaggi più compromessi. Naturalmente molti componenti delle milizie non erano altro che militari in borghese: quelli rientreranno nei ranghi dellesercito.
- Quanto tempo ci vorrà per restaurare la pace?
- Dipende. Ma non credo che lONU permetterà ai militari di occupare nuovamente Timor Est.
- Se diventerai, come è probabile, il primo presidente della repubblica di Timor Est, quali saranno i tuoi rapporti con lIndonesia? E con lASEAN?
- Con lIndonesia coltiveremo relazioni strette a tutti i livelli: culturale, sociale, commerciale, economico. East Timor chiederà di diventare membro delASEAN e cercherà di cooperare con le altre nazioni asiatiche per la ricostruzione del Paese.
- Le milizie e i militari hano sparato a vescovi, sterminato preti, buttato bombe in chiese gremite di fedeli: perché tanto accanimento contro i cattolici? È stata, magari in parte, una guerra di religione?
- No, parlare di guerra di religione è assolutamente improprio. Però è vero che la Chiesa è sempre stata vista dai militari come una fonte importante di ispirazione, di speranza, di supporto e di protezione sia per la gente che per la resistenza.
- Credi che un massacro così spietato sia stato anche un segnale diretto agli altri movimenti separatisti dellIndonesia, come quelli di Aceh, Irian Jaya e Riao?
- Ovviamente la voglia di infliggere una punizione esemplare è stata un fattore importante per decidere la strategia di repressione. Ma il caso di Timor Est è diverso: il nostro non è il movimento separatista di una regione dellIndonesia. È il movimento di liberazione di un territorio sovrano occupato da un esercito straniero: le Nazioni Unite non hanno mai riconosciuto Timor Est come facente parte dellIndonesia.
- Secondo te quali errori sono stati compiuti nella gestione del prima e del dopo referendum?
- Lerrore più grosso è stato fatto dai militari, che hanno pensato di poter piegare con la brutalità la volontà di un popolo e il corso della storia, infliggendo alla mia gente tanta sofferenza.
Di sofferenza, in queste due settimane, Xanana Gusmao ne ha dovuta affrontare una quantità spaventosa. Il suo popolo terrorizzato, deportato, sterminato. I suoi amici più cari uccisi o in fuga nella giungla. La sua città distrutta, violentata, rasa al suolo. Il suo mare (Mar meu, Mare mio, si intitola il suo ultimo libro di poesie) imbrattato del sangue dei morti e dei corpi dei timoresi fatti a pezzi da milizie gonfie di violenza e di anfetamine. E, in mezzo a questa tragedia generale, la tragedia intima, privata, umana: il padre e la madre uccisi a Dili.
- Xanana ... sono stati giorni terribili per chiunque abbia un briciolo damore per Timor Est . Ma per te il carico di dolore è stato pesante anche sul piano personale. I primi giorni sembrava che entrambi i tuoi genitori fossero stati uccisi. Poi si sono riaccese delle speranze. Ci sono notizie certe?
Mi guarda con una grande serenità:
- Sì, ormai è sicuro: sono stati uccisi tutti e due insieme, a Dili.
- Le eredità più importanti non sono quelle materiali, ma gli esempi e gli insegnamenti. Qualè la cosa più importante che ti hanno lasciato i tuoi?
Riflette brevemente, con lo sguardo lontano, gli sfugge un sorriso caldo, filiale:
- Mmm... direi che la cosa più importante che mi hanno insegnato è: sii sempre te stesso. A qualsiasi costo.
- E i tuoi costi li hai pagati ...mi permetti una confidenza personale.?
- Sicuro.
- Anchio, qualche mese fa, ho avuto paura di perdere il mio, di padre. Lì ho capito che, quando perdi una persona amata, ti resta sempre qualcosa di non detto. E che non gli puoi più dire. Se potessi, cosa diresti a tuo padre in questo momento?
Mi guarda, intrigato dalla stranezza della domanda:
- Sai cosa gli direi? Gli direi: Sono orgoglioso di te perché so quanto hai aspettato il giorno del referendum e, quando hai messo la scheda nellurna, so come ti sei sentito. Hai compiuto, finalmente, il gesto per cui i timoresi hanno combattuto da generazioni. Un gesto da uomo libero.
Penso alle tante volte che sono andato a votare con fastidio, o con indifferenza. Mi rendo improvvisamente conto di quante cose - per noi garantite - per popoli interi sono un sogno da raggiungere a qualsiasi prezzo.

- E tua madre?
Lo sguardo del comandante guerrigliero si addolcisce, la bocca accenna a un sorriso tenero:
- Mia madre era caduta, aveva subito la frattura del bacino, era bloccata in casa ed era disperata perché non poteva andare a votare. Mio padre la consolava, con tenerezza infinita: Non preoccuparti. Il mio voto varrà anche per te .
Si appassiona, si protende col corpo e le mani, cerca di trasmettermi un concetto che evidentemente, in me, sente estraneo:
- Capisci? Per noi il voto era una questione così importante da trascendere le nostre vite. Io so che, quando mio padre è morto, è morto felice perché aveva potuto scegliere il destino della patria.
Dice proprio così, dice patria, una parola che da noi ormai ha perso significato. Una parola che, per chi una patria tutta sua non lha mai avuta, è una conquista, un sigillo, un Santo Graal.
- Xanana: anche tu sei padre. Hai due figli, Nito e Zeni, ormai grandi. Hai fatto una vita pericolosa, la morte è stata una compagna di strada costante. Che rapporto hai avuto con loro? Hai rimorsi? Hai rimpianti?
Mi scruta, corruga le sopracciglia, e ora i suoi occhi sono diventati oscuri come la profondità di un pozzo. Il viso si indurisce, stringe le labbra e fa una smorfia come a difendersi da un dolore vecchio ma che ogni tanto si fa ancora sentire:
- I miei figli ... quando li ho lasciati Nito aveva quattro anni, e la bimba, Zeni, un anno appena... non li ho più visti. Per diciotto anni.
Il primo anno ... no, diciamo i primi sei mesi nella giungla non riuscivo a sopportare di non sapere come stavano, se mangiavano, se avevano la febbre, se erano allegri o tristi, come giocavano ... la voglia di stringerli, di abbracciarli, perfino di morderli era insostenibile ...
- E poi?
- E poi ... ero in guerra, li ho dovuti dimenticare. Il mio lavoro era più importante di loro. Il mio dovere era quello di salvare tutto il mio popolo, non solo i miei figli.
- Quando li hai incontrati di nuovo?
- Ero in carcere. È stato un colpo. Avevo lasciato due bambini, ho incontrato due adulti. Se li avessi incrociati per strada certamente non li avrei riconosciuti.
- E qual è stato il sentimento dominante, dentro di te ?
Il bel viso di Xanana Gusmao si illumina di un sorriso pieno, soddisfatto, paterno:
- Lorgoglio. Ero orgoglioso di loro e della madre, che li aveva tirati su così bene - perché erano belli, perché erano forti, perché erano grandi, ma soprattutto perché ce lavevano fatta anche senza di me. E in condizioni molto difficili
- La guerriglia significa anche cancellare i propri sentimenti ... ti rendi conto di che sacrificio è stato rinunciare alla paternità?
Lo sapevo, lo sapevo, ecco che arriva lo sguardo non puoi capire:
- Ma lo sai quante ne ho viste, di sofferenze, in diciottanni di guerra? E quante sofferenze di bambini? Ed erano tutti, tutti loro, tutti i piccoli di Timor Est, i miei bambini.
Cade un momento di silenzio, abbasso lo sguardo a terra, cerco una matita con cui giocherellare. Certe parole, che - stampate su un giornale -sembrano grondare retorica, pesano come pietre quando le senti dire da uno che ha fatto ventiquattro anni tra guerra e prigionia. Soprattutto nei giorni in cui gli stanno massacrando un popolo.
- In queste ultime due, tre settimane è successo tanto, troppo. Un carico di dolore insostenibile. Tu hai sempre parlato di amnistia, di perdono. Ma come può un uomo perdonare?
Poi ecco che ritorna il politico attento, quello che non si lascia andare, che soppesa con cura le parole:
- Più dei nostri sentimenti personali, dobbiamo tenere bene in vista gli obiettivi della nostra lotta. Non esiste una lotta senza vittime, una lotta senza danni. È semplicemente impossibile. Non possiamo badare ai casi personali, dobbiamo dimenticare qualsiasi sentimento di vendetta.
Noi siamo guerriglieri analfabeti: abbiamo combattuto non per il potere o i privilegi, ma per lindipendenza, per il diritto di scegliere da soli la nostra strada. Se dovremo processare qualcuno non sarà per vendetta personale, ma per fare giustizia.
- Xanana, cosa diresti allEuropa?
- Che stiamo vivendo un momento terribile. Che siamo di fronte al nostro secondo genocidio in un quarto di secolo. Timor Est è totalmente distrutta, non resta più in piedi una capanna, un villaggio, una città. Agli europei dico, con umiltà: abbiamo bisogno. Il nostro popolo soffre la fame, i nostri bambini sono scappati nella giungla, ma non sono guerriglieri, non conoscono i trucchi per sopravvivere nela boscaglia. Hanno bisogno di cibo, di latte condensato, perfino di pastiglie per potabilizzare lacqua. Aiutateci. Non lasciate solo il popolo di Timor Est.
- Pensi che il tuo appello verrà accolto dal mio continente?
Il volto mite e determinato di Xanana Gusmao, guerrigliero, poeta, futuro presidente di Timor Est, si illumina dell'energia che lo ha sostenuto in 24 anni di guerra e di galera:
- Oxalá. Speriamo.

Dio stramaledica la cucina inglese
E passata quasi unora. Ieri non ci avrei mai creduto, ma adesso ho tra le mani il mio scoop per Repubblica. Mi alzo per congedarmi:
"Grazie, Xanana. E' stato un grande privilegio."
"Ma non dire sciocchezze... anzi, guarda: sta arrivando la cena. Fermati con noi! "
"Sì, dai, cena con noi!" gli fa eco Biancaneve.
Sono confuso, anche un po' imbarazzato, ma come rifiutare? Ci sediamo al tavolo. Il cibo e' fornito dalle cucine dellambasciata.
Non è un gran che. Uova, pancetta, piselli in scatola, pane in cassetta, patatine un po' unte.
"Eggs, bacon and chips!" fa Biancaneve con una smorfia "si vede che siamo in territorio britannico!"
"Ah, ragazzi" fa Xanana "la prossima volta chiediamo asilo allambasciata francese!"
"No, a quella italiana!" ride Louise, che è francese "Così possiamo mangiare la pizza tutti i giorni!"
"A me lo dite?" intervengo
"Lunico modo per convincere Alex a rifugiarsi in ambasciata sarebbe di dirgli che là potrebbe mangiare gli spaghetti!" Risata generale. Xanana mi fa, serio:
"Grazie per quello che hai fatto per Alex, Enzo. Non lo dimenticheremo."
Ma io non ho fatto nulla, gli ho solo offerto una stanza in albergo e un po di compagnia. Che ne sapevo che era un dirigente importante e che lo cercavano per farlo secco? Però la vita è buffa, e a volte si serve anche degli imbecili come me, giornalisti per sbaglio che non capiscono quello che gli sta succedendo intorno.
Aiuti dal cielo
Mentre prendiamo il caffè arrivano tre funzionari dell'ONU. Due di loro hanno l'aria di generali in borghese. Si riuniscono tutti intorno a una carta di Timor, fanno il punto sulla situazione umanitaria: sulle montagne intorno a Dili ci sono decine di migliaia di sfollati che rischiano di morire di fame e di sete. Xanana conosce perfettamente il terreno, indica le linee di comunicazione e le montagne, gli ostacoli naturali e i venti dominanti, le colline e le risaie. Ovvio: quindici anni di guerriglia, di fughe, di attacchi e di imboscate, su quel terreno. Indica dove vanno paracadutati gli aiuti, suggerisce quantità e qualità dei lanci. E' pratico, chiaro, concreto. Non lanciate biscotti proteici perché i bambini timoresi non li tollerano. Niente riso, non hanno le pentole per cuocerlo. Carne in scatola, banane disidratate, pane, vitamine, potabilizzatori, bende, disinfettanti. I generali fanno sfoggio di grande potenza: okay, facciamo decollare tre Hercules da Ramstein, altri due li possiamo spostare da Luanda. Li riforniamo a Darwin e poi li mandiamo su Timor.
Avevo conosciuto lo Xanana politico, lo Xanana poeta e lo Xanana tifoso. Mi piace anche lo Xanana comandante.
Cesar Dias Quintas
Nel bunker fraternizzo con i giovani guerriglieri del Falintil che compongono la guardia del corpo di Xanana. Uno di loro è un bel ragazzo dalla pelle ambrata, magro, gli zigomi affilati, gli occhi nerissimi. Veste interamente di nero e ha sulla camicia di seta lo scudetto delle Forze di Liberazione. Cominciamo a chiacchierare.
"Come ti chiami?"
"Enzo."
"Cesar."
"Da dove vieni?"
"Sono italiano."
"Ah, sì? Io ho un cugino che vive in Italia..."
"Ah, e dove?"
"A Torino."
"Toh, anch'io conosco un timorese che abita a Torino"
"Ah, sì? E come si chiama?"
"Davide. Davide Corona."
Mi guarda a bocca aperta: "Ma è lui, mio cugino!"
"Cosa? Tu sei il cugino di Davide?"
Come una scossa elettrica. Nel bunker di cemento dell'ambasciata, sotto lo squallore delle luci al neon, sentiamo l'impulso di cercarci con le mani, di abbracciarci come se quella persona in comune a migliaia di chilometri di distanza ci legasse per la vita e per la morte. Cesar è profondamente commosso, ha gli occhi pieni di lacrime:
"Tu non sai, tu non sai" mi ripete "Con Davide ho condiviso l'infanzia, per me è molto più che un cugino, forse più che un fratello!"
Cesar è il figlio di Verissimo Dias Quintas, Liurai di Los Palos (Il Liurai equivale a un rajah), che è appena stato ucciso dalle milizie.
Per questo è vestito di nero. Continuiamo ad abbracciarci, a stringerci le mani, a darci pacche sulle spalle, come se per lui poter toccare me fosse abbracciare il cugino.
L'incontro con Cesar Dias Quintas mi emoziona profondamente. Forse perché è una finestra che si apre inaspettata su giochi d'infanzia e affetti, lutti e tragedie, migrazioni e lontananze che mi sono sconosciute: storie e vite non mie, che mi sarebbero normalmente negate, e su cui invece il Caso ha aperto, improvviso, uno spiraglio.
Ma in fondo neanch'io so bene il perché di tanta emozione.
Alex: la notte dei ricatti
Notte. Alex ritorna in albergo da chissà quale peregrinare. So che ha fatto il giro delle ambasciate, non mi dice nulla ma intuisco le sue contrattazioni: cinque profughi li prendete voi, dieci lambasciata finlandese ...
Lo becco e lo faccio sedere sul mio letto. Lui si sdraia, esausto. Gli dico: Irmão ... facciamo un discorso serio...
Gliene dico di tutte, gli parlo dei suoi doveri verso il futuro di Timor Est, verso gli altri. Gli dico che è inutile che la mano sia salva se la testa è tagliata, e gli ricordo che i guerriglieri dalle teste mozze non sono più utili a nessuno. Ma lui continua a ripetermi Lo so, my brother, ma non posso scappare. Ho ancora del lavoro da fare...
Allora gli tiro il colpo basso:
Alex, laltra sera ho tenuto tra le braccia Sophia. E una creaturina tenera, indifesa. Sei sicuro di avere il diritto di farle questo? E poi, in un uno-due da fare invidia a Cassius Clay, gli sbatto sul tavolo il carico da undici:
Irmão ... Sophia ha bisogno di un papà da abbracciare, non di una fotografia sul comò davanti a cui accendere un lumino.
Crolla, si lascia andare sul letto. Respira a fondo, scuote la testa. E' stanco. Ha paura. Lo guardo. Lo so, sono un figlio di puttana. E' vero, in ventanni di pubblicità ne ho scritte, di frasi strappacore. Ma questo forse è stato il miglior pezzo di copywriting della mia vita. E sento che il target è stato colpito in pieno.
Domani si va all'ambasciata.
Salvo in ambasciata
Di mattina presto Alex ed io usciamo dall'albergo, prendiamo un taxi (mai il primo!), ci infiliamo nelle sei corsie di Jalal Thamrin, una fiumana ribollente di lamiera che sputazza fumi di scappamento e piombo tetraetile. Siamo piuttosto tesi. Sobbalziamo a ogni scoppio di marmitta. Quando il traffico si blocca paghiamo, scendiamo, prendiamo al volo un taxi nella corsia opposta e filiamo dritti verso il 45 di Jalal Diponegoro: l'ambasciata italiana.
Non avete idea di che bella sensazione è stata sventolare il mio passaporto italiano al carabiniere in borghese di guardia dietro i
cancelli alti, bordati di filo spinato. Italia. Casa. Qui dentro nessuno vuole sparare né a Alex né a me. Magari c'è pure un piatto di spaghetti, chissà.
Ci riceve l'ambasciatore Marsili, urbano e correttissimo. E' stato avvisato da Roma, conosce la storia. Accoglie il mio amico timorese e gli fa un breve interrogatorio. Poi, con una stretta di mano, gli comunica che gli è concesso l'asilo politico, però non potrà lasciare il recinto dell'Ambasciata. Alex brontola che non può, ha del lavoro da fare. L'ambasciatore lo affida a una torinese bionda dall'aria efficiente che lo prega di seguirla.
Ci abbracciamo forte, con la netta sensazione che non ci rivedremo mai più.
Oggetto: Lo zuccone è al sicuro
Uscito dall'ambasciata italiana mi sento più leggero. Ho come la sensazione che, ormai, il mio compito qui sia finito. Vado al cybercafé e digito:
Da: egb
a: Davide Corona - Fretilin Italia
cc. Lupo - Santiago del Cile
cc. Juan Federer, Darwin
Oggetto: LO ZUCCONE E' AL SICURO
Minchia che testa dura. Ieri notte, da mezzanotte alle una, gli ho fatto un predicozzo granitico. Gli ho parlato dei suoi doveri di sopravvivere per East Timor. Gli ho parlato dei suoi doveri verso la famiglia. Gli ho detto, citando spudoratamente Fabrizio De Andrè, che la sua piccola bimba (lho conosciuta, è un fagottino dolcissimo di quindici chili,) ha bisogno di un padre vivo, non di un eroe morto. Gli ho buttato sul piatto tutto il mio repertorio strappalacrime, tutta la retorica più vomitevole che mi veniva. Alla fine sè deciso.
Stamattina di buonora siamo usciti circospetti (ebbene, sì, lo ammetto: il rifugio segreto di Alex Capatosta in questi ultimi sette giorni è stata la stanza accanto alla mia, prenotata a mio nome: perlomeno i Kopassus non potevano trovarlo attraverso i registri della polizia) e, con una stretta al culo a ogni esplosione di scappamento (che a Giakarta abbondano) abbiamo rifiutato tre taxi, preso il quarto, imboccato una direzione a caso, lo abbiamo fermato in una strada a tre corsie, siamo scesi, abbiamo preso un taxi nella direzione opposta e ci siamo rifugiati nell'ambasciata di un Paese amico.
Ragazzi, non ero mai stato così felice di poter sventolare il mio passaporto europeo. L'ambasciatore ci ha ricevuti immediatamente, è stato gentilissimo e disponibile e ha garantito ad Alex la protezione necessaria.
Gente: credo proprio che il nostro crapatosta sia un eroe, con la sua dolcezza e il suo impegno testardo.
OK, basta retorica. Vado a spararmi un bel piatto di Nasan Goreng alla faccia vostra.
(For our English speaking friends: Alex G. is safely protected in a friendly Embassy in Jakarta)
Enzo
Re: Lo zuccone è al sicuro
Dopo pochi minuti ricevo la risposta:
Da: Davide Corona
Re: LO ZUCCONE E' AL SICURO
Grazie Enzo,
adesso hai un timorese che ti deve la vita e sono c.... tuoi, te lo ricorderà per il resto dei tuoi giorni. Abbraccia il Comandante e digli che ci stiamo battendo, come ti invidio!
Adesso dobbiamo informare i nostri parlamentari e i giornalisti?
Un abbraccio a tutti.
Davide
La vita? No, una corsa in taxi
da: egb
Oggetto: LO ZUCCONE E' AL SICURO
La vita? Ma no. Al massimo mi deve una corsa in taxi. Non paga mai, lui. Dev'essere la cultura portoghese.
;-)
Enzo
Oggetto: Grazie
Da: Davide Corona, Fretilin Italia
Oggetto; GRAZIE
Grazie di tutto Enzo, tu Lupo e altri siete degli eroi, spero un giorno di potervi ripagare, magari ospitandovi in un campo di lavoro...
scherzo ma dovremo ricostruire il paese e sono sicuro ci riusciremo, lo dobbiamo anche a voi.
Davide
Re: Grazie
da: egb
Re: GRAZIE
Eroi? Non diciamo stronzate. Gli eroi muoiono. Io ho un biglietto di ritorno per l'Italia. Alex se va bene ha un biglietto per una Dili distrutta; se va male per il cimitero. Ma continua a darsi da fare, a nascondere donne e bambini. E non se la mena. L'eroe, casomai, è lui.
Epilogo
Mezzanotte nel cielo di Sumatra. Per l'ennesima volta, nel monitor dell'aereo, l'attrice in uniforme della Thai spiega come indossare e gonfiare il giubbotto di salvataggio. E' stagione morta, in business class sono l'unico passeggero. Giakarta - Bangkok - Atene - Roma, diciotto ore: la notte è lunga, fuggiamo dal sole. Forse anche la hostess della business si sente sola: carica ben bene di tabasco il mio bloody mary e comincia a parlare, suadente, di serate a Roma e di ristorantini lungo il Tevere, ma non riesce a provocarmi il più piccolo fremito. So long per il Ten Thousand Club.
E' il 17 settembre 1999, sono passati appena dieci giorni da quando sono sbarcato a Giakarta. Minchia se sono stati densi. E' proprio vero che il valore del tempo è immateriale, dipende da quello che ci metti dentro.
A Fiumicino compro Repubblica e ci trovo una sorpresa: proprio oggi hanno pubblicato l'intervista a Xanana. Tagliata e ricucita qua e là, ma una pagina bella piena. Non male: in fondo sono un reporter per sbaglio.
Al bar dell'aeroporto incontro Maurizio D'Adda, un pubblicitario molto noto e molto bravo, in arrivo da Milano, con l'impermeabile, la borsa dei layout e l'aria nervosa. Prendiamo un caffè al volo. Io sono ancora un po' rincoglionito dal jet lag. Lui parla in fretta, tutto a scatti: "Ho una presentazione Telecom, sai. Bel budget, bel budget. Anche tu a Roma per lavoro?"
Come faccio a spiegargli gli ultimi dieci giorni?
"No, torno da un viaggio, sono stato in Indonesia..."
"Ah, bella, bella. Bali, eh? Chissà quanta figa. Bali, tanta figa. Beato te, beato te. Beh, scappo, sono in ritardo, ciao Enzo, ciao, ciao."
Vabbeh. Di nuovo a casa.
FINE
---------------------------------
"Il sole, alto sul mare,
socchiuse gli occhi
e lanciò i suoi raggi
per tracciare una rotta.
Dal fondo del mare
Un coccodrillo decise di inseguire il destino (...)"
Xanana Gusmao
