Verso Timor Est
Timor, Timor ... non so bene come sia nata, verso il '98, questa voglia di conoscere Timor Est.
Era un nome che avevo in mente fin da piccino: l'ultima isola del mondo, prima che fosse scoperta l'Australia. Il mar della Sonda, il Borneo, le Molucche, le Isole delle Spezie: posti fantasticati sui libri di pirati.
Seguivo sull'atlante tutta la collana di isole che si snodavano a sud di Singapore: Sumatra, Giava, Bali, Lombok, Komodo con i suoi draghi, Flores, Timor...
E naturalmente quando, dopo l'ammutinamento del Bounty, il capitano Bligh fece 3600 miglia d'oceano senza carta né bussola e riuscì ad arrivare in vista di un'isola, fu la prima parola che disse. Timor.
Erano i tempi in cui l'Indonesia si chiamava Nuova Olanda, e dal porto di Batavia salpavano i velieri carichi di legno di sandalo. Oggi Batavia si chiama Giakarta ed è la capitale del più grande stato - arcipelago del mondo: l'Indonesia.
Il Nobel mi attizza l'attenzione.
La prima cosa che mi attizza l'attenzione è il Nobel per la Pace al vescovo Carlos Felipe Belo e a José Ramos-Horta. Un Nobel a Timor Est? Che diavolo sta succedendo a Timor Est?
Faccio qualche ricerca e scopro che in quell'isola così lontana da tutto c'è in atto una resistenza che dura da più di vent'anni, e che l'esercito indonesiano, musulmano, tortura, violenta e terrorizza i cattolici che popolano la parte orientale dell'isola.
I giornali ne parlano poco: rari pezzettini su Manifesto, Liberazione, i giornali cattolici. A chi vuoi che importi una guerricciola in un'isoletta grande come uno sputo, tra l'Indonesia e l'Australia.
Nessuno pare saperne gran che, in Italia. Ma a me quel nome comincia ronzare in testa: Timor Est, Timor Est...
Piano piano muovo i primi passi, mi do cautamente da fare per cercare contatti.
Timor. Un po' di storia
Mentre aspetto, studio. E scopro un sacco di cose che non sapevo.

Timor, come Cipro, è divisa in due: l'Ovest, ex colonia olandese, appartiene all'Indonesia, mentre Timor Est rimane colonia del Portogallo come Goa, l'Angola, il Mozambico, Capo Verde, la Guinea Bissau.
I portoghesi sono stati tra i peggiori colonizzatori di tutti i tempi. Quando, il 25 aprile del 1974, esplode la rivoluzione dei Garofani, l'impero collassa. Governatori, soldati e funzionari mollano tutto e abbandonano le colonie improvvisando in fretta la transizione, senza essersi mai preoccupati, prima, di formare strutture locali in grado di gestire l'indipendenza. I risultati si sono visti soprattutto nelle lunghe guerre che si sono trascinate in Angola, in Mozambico, in Guinea.
Intanto, durante la guerra fredda, l'Indonesia di Sukarno prima e di Suharto poi diventa uno dei capisaldi della strategia militare americana. Negli Anni '60 la stazione CIA di Giakarta fornisce all'esercito indonesiano i nominativi dei "sovversivi" e offre i mezzi per farli fuori. E' una strage. Più di mezzo milione di uomini e donne di sinistra vengono arrestati e uccisi. Dopo la guerra del Vietnam, Giakarta resta il mastino degli Stati Uniti nel Sud Est Asiatico.
Nel 1975, dopo l'abbandono dei portoghesi, Dili, la capitale, proclama la nascita della Repubblica Popolare di Timor Est e comincia a darsi una struttura di governo. Nel dicembre dello stesso anno Ford e Kissinger sono in visita di Stato a Giakarta. Esattamente il giorno dopo la loro partenza, il 7 dicembre, i paracadutisti indonesiani invadono Timor Est. Il padrone ha mollato il mastino.
E' la strage: vengono uccisi circa 60.000 timoresi, il 10% della popolazione. Comincia un'odissea di prepotenze, violenze, ruberie, torture e stragi che va avanti per venticinque anni. (*)
Ma non basta: l'ambasciatore americano all'ONU, Moynihan, ostacola qualsiasi tentativo delle Nazioni Unite di fermare l'aggressione (**). E l'Australia, che è proprio lì di fronte?? Durante la Seconda Guerra Mondiale 40.000 timoresi sono morti per nascondere, nutrire e proteggere i soldati australiani dai giapponesi. Alla fine della guerra l'Australia ha fatto erigere a Timor una stele con scritto: Noi non dimenticheremo.
Ma adesso l'Australia guarda altrove: forse sulle ricche riserve petrolifere che giacciono in fondo al Timor Gap.
I timoresi non si piegano - loro, cristiani di cultura portoghese - ai nuovi padroni musulmani che parlano bahasa, la lingua franca dell'arcipelago. Mentre Josè Ramos-Horta e il Vescovo Carlos Belo combattono bravamente le loro battaglie internazionali tra Australia, Mozambico, Vaticano e Nazioni Unite, sulle montagne e tra le giungle di Timor nasce la Resistenza: il FRETILIN, Frente Revolucionaria do Timor-Leste Independente, dà vita al suo braccio armato, le FALINTIL, Forças Armadas de Libertação Nacional de Timor-Leste.
Il portoghese, lingua dell'oppressore, diventa la lingua della lotta di liberazione.
--------------------
(*) Tra il 1975 e il 1999 gli indonesiani hanno ucciso 200.000 timoresi, un terzo della popolazione. Neanche Pol Pot, in proporzione, ne ha ammazzati così tanti.
---------------------
(**) Moynihan era ambasciatore all'Onu quando vi fu l'invasione indonesiana di Timor-Est, ed è sempre stato fiero, come sostiene nelle sue memorie, di aver ostacolato qualsiasi reazione internazionale all'aggressione ed alla strage. "Gli Usa desideravano che le cose andassero come sono poi andate",egli scrive, "e si impegnarono per raggiungere questo risultato. Il Dipartimento di Stato desiderava che le Nazioni Unite si rivelassero, qualunque misura avessero deciso di prendere, completamente impotenti. Mi fu affidato questo compito, ed io lo portai avanti con notevole successo".
Moynihan allora era perfettamente consapevole di come erano andate le cose e sapeva che in poche settimane erano state uccise 60 mila persone, "il 10% della popolazione, quasi la stessa percentuale di vittime che ebbe l'Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale". Così egli si assunse il merito per delle azioni che egli stesso paragonava a quelle dei nazisti. E sicuramente Moynihan era anche a conoscenza del ruolo avuto successivamente dal governo Usa nella prosecuzione del massacro, e del contributo dei media e della classe politica nel tenerlo nascosto.
(Noam Chomsky, DIRITTI UMANI E PRAGMATISMO, Cap. 4: Indonesia, il caso è chiuso)
Un giovanotto matto per la figa
Tra i guerriglieri che scappano in montagna coi vecchi mitra abbandonati dai portoghesi o con gli M16 americani rubati ai soldati invasori c'è un giovanotto allegro, un po' guascone, che va matto per la figa, ma che rivela una precoce intelligenza politica. Era al sicuro in Australia con la moglie e i figli, ma è ritornato per partecipare alla lotta. Si chiama José Alexandre Gusmao, nome di battaglia Kai Rala Xanana.
Combatte per sedici anni nascosto nelle giungle di Timor infestate dalla malaria, dal dengue e dall'encefalite giapponese, mangiando topi e scoiattoli. Quando il capo delle FALINTIL, Nicolau Lobato, cade in combattimento nel 1979, tocca a lui assumere il comando.
Ormai, per tutti, è Xanana Gusmao, e pian piano, azione dopo azione, la sua storia comincia a tingersi di leggenda nei racconti dei timoresi davanti al fuoco, nelle loro alte case su palafitte. Il suo eloquio contagioso e il suo carisma trascinano le folle. Tesse alleanze, riconcilia e unisce i vari gruppi. E' il suo periodo maoista. Xanana è Garibaldi, è Simon Bolivar, è Che Guevara, è l'eroe della libertà. Il suo grido di battaglia,"Resistir es vencer", è la speranza dei timoresi.
Ma una mattina del 1992 la sua passione per le donne lo tradisce: i Kopassus lo arrestano all'alba mentre esce dalla casa di una signora. Non si saprà mai chi lo ha venduto.
Condannato all'ergastolo, viene buttato nel bestiale carcere di Salemba, poi nel carcere di massima sicurezza di Cipinang, a Giakarta. Ma è un leader naturale, riesce a organizzare la resistenza in carcere, dipinge, scrive poesie, manda messaggi al mondo per la liberazione della sua patria. Presto cominciano a chiamarlo il Mandela del Sudest Asiatico.
1999: la situazione si fa spessa.
Tra il '98 e il '99 la situazione si fa spessa. L'annessione di Timor non è mai stata ratificata dall'ONU, e sotto le pressioni internazionali Kofi Annan decide di indire un referendum per sapere se i timoresi del'Est vogliono o no l'indipendenza.
Il risultato, è certo, sarà un plebiscito, e il Generale Wirant o, ministro della difesa dell'Indonesia, che ha i suoi bravi interessi nel sandalo, nel riso e nella canna da zucchero di Timor, pompa sei milioni di dollari nell'isola per creare delle milizie filoindonesiane.
I suoi colonnelli raccolgono gli incazzati, i disoccupati, i frustrati, gli aggressivi, i delinquenti, gli avanzi di galera o semplicemente quelli che hanno troppa paura o troppo bisogno per rifiutare uno stipendio.
Li armano, li addestrano e comincia una campagna di terrore per convincere i timoresi a non andare a votare.
La milizia più feroce è l'Aitarak, capeggiata da un gorilla di nome Eurico Guterres, che tutti chiamano semplicemente Eurico. L'Aitarak brucia, uccide, tortura e violenta impunemente, col beneplacito della polizia indonesiana e con la complicità dei corpi speciali dell'esercito, i feroci Kopassus.
Il personale ONU sull'isola, che ha il compito di preparare il referendum, è costituito da funzionari civili rigorosamente disarmati. Non possono far altro che guardare, impotenti, le milizie che scorrazzano in motocicletta, i timoresi minacciati, le case bruciate, le figlie rapite e vio lentate.
Ogni tanto, sulla spiaggia davanti a Dili o a Manatuto, il mare porta a riva il cadavere di una giovane donna straziato dalle torture. Ogni tanto, nella giungla, si trova un corpo sepolto vivo e lasciato a morire di asfissia.
È una campagna di terrore sistematico. L'ONU volta il viso dall'altra parte e fa finta di non vedere. Il disinteresse della stampa e delle TV è globale. I generali USA continuano ad avere ottimi rapporti con i generali indonesiani: fanno esercitazioni congiunte, gli addestrano le truppe, gli vendono elicotteri.
|