Al Viengtai Hotel
A Bangkok scendo al Viengtai Hotel: un albergo piacevolmente vecchiotto, di classico stile coloniale, a Ratanakosin, la Città Vecchia racchiusa tra i klong, i canali e il Chao Phraya, il grande fiume. Mille miglia lontano da Soi Cowboy e i suoi bar-bordello della guerra del Vietnam, da Patpong coi suoi saloni di massaggio erotico e dai mall zeppi di italiani che approfittando della svalutazione del baht, fanno incetta di sete, vestiti e smeraldi.
Il Viengtai ha qualcosa in comune con l'Hotel delle Palme di Palermo: nelle sue salette riservate e discrete si riuniscono volentieri mafiosi e cospiratori di rango. Non per la sua dignitosa eleganza demodée, ma per l'uscita sul retro che si perde in un dedalo di vicoletti e finisce in un klong. Da lì, con un motoscafo, te la puoi squagliare a tutta velocità.
Il Viengtai sta in una stradina tranquilla giusto dietro Khao San
Road, la strada dei saccopelisti e degli occidentali che fanno il grand Tour, che invece è animatissima e affollatissima a ogni ora del giorno e della notte. Saloni di massaggio di mezza tacca, go-go bar, puttane belle e giovanissime che ballano in strada sotto l'occhio rilassato di magnaccia altrettanto giovani, carrettini con ogni tipo di cibo che viene cotto al momento sulla carbonella o saltato nel wok. Ma il vero spettacolo sono i farang, gli stranieri. Norvegesi tatuati, australiani dall'accento largo, spagnoli con
lo sguardo allupato, valchirie dalle chiappone arrossate e strabordanti. I thailandesi, che tengono molto all'armonia, al pudore delle gambe coperte e delle maniche lunghe, coltivano un certo disprezzo per chi veste con così poco rispetto per le forme. Un pò come noi con i tedeschi in sandali e calzini. Ma di più.
Una bella ragazza bionda, con una bambina bellissima in braccio, passa angosciata da un bar all'altro come se stesse cercando disperatamente qualcuno. Chi lo sa. Un fidanzato alcolista? Il padre della bimba? Non saprò mai la sua storia
Bangkok di zucchero filato e scarafaggi.
Bangkok è Bangkok, la conoscono tutti e almeno la metà dei viaggiatori v
a in Thailandia per il sesso facile e senza complicazioni. Non ho nulla contro il turismo sessuale, se fatto tra persone libere di scegliere, è semplicemente una cosa che non mi riguarda.
Io cerco cose diverse, e Bangkok non mi soddisfa. Bangkok è grattacieli, megacine multiplex con poltrone surround, ristoranti squisiti, templi con i tetti d'oro zecchino, ma anche vicoli infiniti di baracche puzzolenti i cui abitanti si lavano i denti nell'acqua fangosa dei klong, i canali-fogne che danno a questa città il soprannome bugiardo di Venezia dell'Estremo Oriente.
Bangkok è una bella matassina di zucchero filato. Ma, come lo zucchero filato, non lascia niente in bocca. E, sotto, nasconde un brulichio di scarafaggi.
Piove su Bangkok
Piove. I baracchini che lavorano al riparo dei piloni giganteschi in cemento
armato della nuova sopraelevata mandano nuvole fumanti che profumano di cibo, di carne alla brace, di fritture croccanti. Tra i teli di plastica come quinte semitrasparenti imperlate di goccioloni, i vapori e le facce asiatiche, la luce incerta che piove tra i grattacieli e i plinti della metropolitana, un gran sapore di Blade Runner.
Che Ridley Scott si sia ispirato a Bangkok per la sua Los Angeles del 2019?
In fondo i thailandesi la chiamano Krung Tep: la Città degli Angeli.
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Want lady? Good fuck!
Bangkok, notte fonda, caldo soffocante e umido. L'inquietude du voyageur, così cara a Bernard Lavilliers, mi fa girare e rigirare tra le lenzuola. Non riesco a star fermo, non riesco a dormire. La solitudine è una vecchia compagna di viaggio, ma stanotte sembra pesare più del solito, in questa città sconosciuta e lontana. Infilo i pantaloni e una t-shirt, esco nella notte, faccio quattro passi lungo un canale nella Città Vecchia, tra baracche miserabili illuminate da lampadine fioche e dalla luce immancabile del televisore.
Arrivo nella sterminata Sanam Luang, l'ex piazza d'armi del palazzo reale, un parco immenso iluminato da centinaia di migliaia, forse milioni, di lampadine.
Sembra Natale a New York, invece è la festa della luna piena d'agosto, che segna l'inizio del ritiro dei monaci buddisti per la stagione delle piogge.
Nelle parti più buie del parco, sull'erba, fagotti scuri su sacchi di plastica, rannicchiati nelle coperte : i senzatetto di Bangkok, i miserabili respinti dalle mall luccicanti di cemento e acciaio cromato, dormono sonni disturbati nella paura della polizia.
Mi siedo su una panchina semibuia, mi si avvicina un ragazzino (o una ragazzina?), mi fa "Ehi, sir, want lady? Good fuck! Anne! Anne, come here!"
Arriva Anne, avrà sì e no quattordici anni, il faccino orientale magro e poco lavato della fame, lo stesso tipo di faccia indurita e diffidente dei ragazzini delle fogne di Bucarest, dei meninos da rua di Rio de Janeiro, dei niños de la calle di Città del Messico. Si accoscia davanti a me, mi accarezza un ginocchio, mi sorride, fa roteare la lingua con goffa seduzione.
Quando è chiaro che non sono lì per cercare un "good fuck", il ragazzino le branca una tetta: lei ride, gli toglie la mano e se ne va.
Lui si siede al mio fianco:
"My name is Ben" fa "I love women, I tomboy, you understand?"
E' una ragazza, ma i capelli corti e la faccia dura la fanno somigliare a un monellaccio, la maglietta larga le nasconde il seno. Mi ricorda Mia, la madre bambina delle fogne di Bucarest che, dopo essersi prostituita e drogata dagli otto ai quattordici anni, ha lasciato la colla per fare il clown con Miloud.
Le chiedo cosa vuol bere, lei mi intenerisce con una richiesta da bambina, una Fanta: c'è una vecchia che tiene qualche lattina in un secchiello pieno di ghiaccio un po' sporco. Io mi prendo una Coca.
Poi ci sediamo vicini a bere, a chiacchierare e a guardare il traffico notturno dei clienti e delle ragazze: quella scura di pelle e grassa, di Chiang Mai, quell'altra alta e magra con una tosse catarrosa, probabilmente tubercolosa, quell'altra carina ma col viso corroso dall'acne. Tutte ragazze troppo brutte, troppo ignoranti e troppo sfigate per lavorare in un un go-go bar.
Anche i clienti sono poveri, ignoranti e sfigati. Girano, traccheggiano, contrattano sottovoce, diffidenti. Molti sono giovani. Ogni tanto una se ne va con un uomo, lo porta a infrattarsi sulla riva di un klong, un canale, o in una guest-house pidocchiosa lì vicino, e dopo una mezz'oretta torna, indifferente.
Thai boxe
Al Bui Bua, il ristorante carino e cordiale sotto il Viengtai, conosco due ragazzi americani. Fanno i consiglieri militari in qualche posto dimenticato da Dio nel sud della Thailandia - credo che siano marines, si occupano di sminamento al confine birmano dove imperversano i guerriglieri Karen - e sono pervasi dalla frenesia di vedere tutta Bangkok in quarantott'ore.
Grazie a Dio, non hanno nessuna intenzione di andare a Soi Cowboy, la strada dei bordelli dove venivano a svagarsi i soldati americani impegnati in Vietnam. In compenso riescono a trascinarmi a una serata di boxe thailandese.
Lo stadio è abbastanza pieno, gli incontri sono ritmati da un tamburo suonato a mano e da un flauto suonato con la tastiera elettronica. I due contendenti, piccolini come galletti da combattimento, arrivano avvolti in costumi rutilanti, vestaglie di seta, coccarde, cinture, fascia
di seta intorno alla fronte. Sala perfettamente condizionata, poltroncine eleganti, ottima illuminazione.
Prima di battersi c'è un lungo rituale: si inchinano, baciano i quattro angoli del ring, pregano, si girano intorno, respirano, danzano, fanno grande sfoggio di cavalleria inchinandosi l'uno all'altro.
Poi il combattimento. Breve, brutale. Vince quello in calzoncini blu. Applausi, il pubblico si scatena, pantaloncini rossi se ne va a testa bassa.
Mi infilo negli spogliatoi. Al contrario della sala del ring sono squallidi, male illuminati, senza aria condizionata, con le pareti sbreccate. Ci sono grandi tavolacci ovali di legno grezzo intrisi di decenni di olio da massaggi. Nell'aria tanfo di piedi, di ascelle e di linimento canforato.
Pantaloncini rossi è lì solo col suo coach, abbattuto e triste. Il coach lo consola paternamente. Chissà cosa ha perso. Forse solo questo match, forse una donna, forse la carriera, forse la cosa più importante in Oriente: la faccia.
Arriva pantaloncini blu, festante, circondato di donne e di persone che lo applaudono. Il manager gli paga la borsa: 3.000 Bath, 80 Euro, appena il prezzo di tre biglietti a bordo ring.
Il vincitore toglie la fascia di seta dalla fronte, si slaccia la cintura dorata, si spoglia del costume rutilante ornato di paillettes. Si toglie la conchiglia protettiva. Sotto ha un paio di slippini di cotone miseri, grigiastri, slabbrati. Infila un paio di scarpe scalcagnate, jeans logori e se ne va via in tuk-tuk, il camioncino a tre ruote, suppongo verso una baracca dei quartieri poveri intorno ai canali, dove dormirà su una stuoia per terra insieme al resto della famiglia.
Un ciccione inglese biondiccio, sudato
Il ciccione inglese biondiccio, rosso, sudato, dai capelli tinti e i baffetti a spazzolino, suda copiosamente mentre chiacchiera col ragazzino thailandese sveglio e tosto, dagli occhi neri e furbi. Parla, parla, suda, sorseggia il suo whisky e soda, mena il torrone, parla di scuole e di corsi, di quanto è importante per un ragazzo sapere bene l'inglese.
Probabilmente è un professore.
Il ragazzino sembra pensare: "Ma insomma, quand'è che mi porti in camera? E quanto ci faccio, con te?"

L'odore dei vicoli
Su Bangkok è appena piombata la notte veloce dei Tropici. Lascio la Ratchadoemnanklang Road, la strada a sei corsie zeppa di luci e di traffico che porta verso palazzo Reale; mi infilo nella luce scarsa dei vicoli, i dedali interminabili di baracche di legno o di lamiera tra i klong che sono il ventre di Bangkok. E piombo in pieno Ottocento.
Le baracche sono illuminate da lampadine fioche o da tubi al neon, ma non e' difficile immaginarle cinquant'anni fa, con una candela o una fiammella di acetilene. La cucina è una fornacella con la brace, il gabinetto chissà. Porte e finestre sono spalancate per far entrare un po' d'aria, la privacy è un concetto inesistente in Oriente. Qua una famiglia mangia a terra in cerchio, là un papà sdraiato su una stuoia a terra spupazza teneramente un ragazzino, qua una vecchia grassa si sventola fiaccamente e sospira, là una coppia giovane parla fitto fitto: forse d'amore, forse di soldi.
Le pareti delle baracche sono annerite. Fuori c'è di tutto: ferrivecchi, cassette, utensili arrugginiti, fusti di benzina, barattoli vuoti, pezzi di legno, carrozzine sfiondate, balestre d'auto, gomme di tuk-tuk.
Su tutto, e dappertutto, l'odore dei vicoli: un odore grasso, graveolente, tenace, di umanità, di olio fritto e rifritto, di grasso bruciato sulla brace, di carbonella, di fogna.
In ogni baracca, il televisore religiosamente acceso, col volume al massimo
.
Che palle, a Bangkok
Basta traccheggiare. Mi sono visto i templi, ho imparato il massaggio tradizionale thai al Wat Po, neanche una delle maestre di massaggi si è sognata lontanamente di darmela, sono salito in cima alla pagoda dell'alba e ho perfino scoperto un paio di chicche poco conosciute dai turisti, come il Wat Prayungwonsavat, col piccolo cimitero in cui le tombe sono miniature della casa del defunto. Ma adesso basta, mi annoio, ogni viaggio ha bisogno di uno scopo. Qual è una delle cose più difficili da fare nel Sudest Asiatico?
Andare in Cambogia a fare marameo a Pol Pot? Naaa, l'hanno già fatto fuori. Vediamo ... andare nel Triangolo d'Oro, dove l'oppio è la religione dei popoli, a comprare un chilo di eroina pura? Già, e poi che ci faccio? Mmm... prendere il tè con un Premio Nobel tenuto agli arresti domiciliari sotto stretta sorveglianza da una giunta militare sanguinaria e repressiva?
Questa sì che è un'idea!
Andrò a Rangoon e cercherò di intervistare Aung San Suu Kyi, l'eroina che lotta impavida, da trent'anni, contro le violenze e i soprusi dei generali birmani. L'importante è che non scoprano cosa faccio. La giunta militare i giornalisti occidentali li vede come il fumo negli occhi.
Domani vado all'ambasciata birmana a chiedere il visto.