In Birmania



Un visto per Rangoon
L'artiglio d'acciaio nella zampona morbida della tigre birmana lo avverti subito, appena entri nell' ambasciata dell'Unione del Myanmar (così la chiamano i militari) a Bangkok: blindata, col filo spinato e una serie di porte di ferro con lo spioncino che ti fanno rabbrividire a ogni pesante kla-klang di chiusura.
Tre giorni fa ho consegnato il passaporto, oggi lo dovrei ritirare vistato. Aspetto circa mezz'ora, poi succede qualcosa di strano. Mentre a tutti consegnano il passaporto allo sportello, un usciere mi prega di seguirlo in una saletta interna.
Qui un bell'uomo sui trent'anni, la pelle di bronzo e gli zigomi alti dei birmani, atletico, gentile sorridente, l'inglese perfetto e la scritta MIS (Military Intelligence Service) stampata sulla fronte, mi sottopone a un cortesissimo interrogatorio:
"Lei viaggia solo?"
"Già"
"Per turismo, immagino"
"Certamente. Vorrei conoscere il vostro bellissimo paese."
"Nessun business, eh?"
"No, no."
"Niente moglie e figli?"
"No"
"E come mai?" mostrandomi la foto dei figli sul passaporto: "Come mai non si porta dietro questi due bei bambini?"
"Mah, sono grandi, ormai viaggiano per conto loro..."
Sorride con tutti i denti:
"Oh, certo, certo. Niente moglie, eh?"
"No."
"E, uhm ... e lei non è giornalista, no?'
"Ma no."
"Mai scritto articoli, neanche per caso, neanche di passaggio, neanche come attività secondaria?"
"Certamente no. Mi occupo di tutt'altro. Mi occupo di pubblicità."
"Mmm ... sì, naturalmente. Ma è sicuro di non aver mai scritto nulla su nessun giornale, diciamo ... che so, qualche giornale di categoria ... "
"Mah, forse su qualche rivista specializzata del settore, è normale..."
" E ...qualche rivista a tiratura limitata, qualche giornaletto ...satirico? O umoristico?"
Mi guarda fisso: il suo sorriso sicuro, con tutti i denti scoperti, mi fa venire un brivido. Sanno che scrivo su Linus. E' la cosa più facile del mondo, la loro ambasciata in Italia ha consultato i registri dell'Ordine. Lo guardo negli occhi con sincerità:
"Certamente no."
Lui mi guarda e ride, adesso i suoi occhi mi pigliano in giro, è proprio sicuro del fatto suo:
"Allora non le spiacerà firmare un piccolo impegno..."
Mi porge carta e penna.
"Scriva di suo pugno, please: 'Mi impegno a non immischiarmi ... ha scritto? Good. Mi impegno a non immischiarmi negli affari interni del Myanmar e a non scrivere nessun articolo. In caso contrario mi assumerò tutte le responsabilità che...'"
Firmo, firmo, firmo tutto. Poi si vedrà.



Un errore da pivello
Appena uscito dall'ambasciata faccio un errore da pivello: prendo il primo taxi che passa, che era lì pronto giusto dietro l'angolo. Gli chiedo di portarmi a un'agenzia di viaggi - non lontana dall'ambasciata - che so essere particolarmente bene attrezzata per i viaggi in Birmania.
L'autista, dopo un po' di strada, si scusa; ferma davanti a una cabina e mi chiede il permesso di scendere a telefonare.
Non riesco a togliermi quella sensazione di freddo e di tensione giusto dietro la nuca.
Quando arrivo all'agenzia, dopo un lungo giro non molto giustificato, dico all'impiegata che voglio andare a Yangon (così la Giunta chiama Rangoon).
Lei spalanca gli occhi, dice attenda un attimo e chiama il direttore.
Il direttore - un birmano molto compito - mi accoglie sorridendo con denti bianchissimi e mi racconta la situazione birmana: prezzi altissimi, destinazioni impossibili da raggiungere, condizioni climatiche da paura. Piogge, straripamenti, alluvioni, strade interrotte. E poi proprio non ci sono posti in albergo, Mr. Baldoni. We are so, so sorry.
Mi convince, rinuncio al viaggio.
O meglio, a farmi organizzare il viaggio da lui: basta un breve controllo da Sun Yi, la deliziosa coreana che ha l'agenzia di viaggi sotto il mio albergo, per rendermi conto che il birmano mi ha raccontato un sacco di palle.
E vabbè. Forse i birmani mi tengono d'occhio. La cosa mi preoccupa un pochino, ma in fondo se non faccio stronzate cosa possono farmi? Decido di partire comunque, anche se lascio a Bangkok qualsiasi cosa possa identificarmi: il tesserino di giornalista, i libri di Aung San Suu Kyi e perfino le copie di Linus coi pezzi sul Chiapas che mi ero portato dietro da mostrare alla Lady.



Benvenuti in Birmania
Appena sbarcato a Rangoon, nell'atrio dell'aeroporto cerco di confondermi: attacco discorso con alcuni italiani che fanno pazientemente la coda per cambiare dollari nelle unità di conto birmane (un cambio obbligato) poi mi imbranco senza alcun problema sul loro pulmino. Il tragitto dall'aeroporto al centro città è uno spasso:
"Uuuhh, guarda quant'è bbella quella pagoda!"
"Guarda che so', sti regazzini! Quanto so' carucci!"
"Certo che so' vecchi, 'sti palazzi ... ma li lassano annà a schifìo..."
"Guarda, quer regazzino pulisce i vetri de le machine... porello... je posso regalà 'na penna?"
"Aoh, no li facevo così scuri, 'sti birmani..."

A un incrocio sale un giovanotto, che ci propone vari alberghi e ci suggerisce di utilizzarlo come guida per i prossimi giorni. Gli chiediamo di portarci in un certo albergo, lui nicchia. Glielo chiediamo ancora, una, due, tre volte. Alla fine lui fa:

"No, se volete andateci voi, ma io non vi ci porto, è un albergo della giunta militare! Io sono uno studente e noi i militari li odiamo!
Presto li cacceremo tutti ed eleggeremo presidente la nostra amata Lady, Aung San Suu Khyi!"

Quando gli diciamo che ci spiace, siamo turisti e non ci interessano le vicende interne del paese, perde interesse anche lui, e dopo una mezz'oretta ci lascia. Non ha più voglia di farci da guida.

Un provocatore di mezza tacca. O non mi hanno sgamato o è un trucco per non farmi insospettire o di me se ne fottono alla grande. In ogni caso, visto che non posso farci niente, tanto vale godermi Rangoon, che è fascinosissima, così bella e delabrée, coi suoi palazzi coloniali devastati da trent'anni di incuria.





Tre settimane in Birmania
Il viaggio in Birmania dura tre settimane, ed è un viaggio troppo lungo e complesso, troppo ricco di incontri e di emozioni per parlarne qui.
Un lungo intervallo fuori dal tempo e fuori dal mondo, senza telefono, senza televisione, senza cybercafé: il regime dei generali ha troppa paura di Internet. Templi, laghi incantati, monaci guerrieri, il Triangolo dell'Oppio, i guerriglieri Karen. Il lungo inseguimento a vuoto di Aung San Suu Kyi. Il tempo dilatato, il senso di un tuffo nel passato, un paese fossile come un'ape incastonata nell'ambra milioni di anni fa.

Magari ne parleremo un'altra volta.

Torno a Bangkok e alla quiete del Viengtai Hotel. Ma, dopo tanta beatitudine, dalla CNN la realta' mi aggredisce come uno schiaffo.



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