A Giakarta




Massacri
Dal televisore della mia stanza al Viengtai la CNN sputa immagini di fuoco, fumo, devastazione, gente che urla, mamme che scappano coi bambini in braccio, vecchie che piangono davanti alla casa distrutta, corpi sull'asfalto. E le milizie armate di machete e di mitra, con gli occhi iniettati di sangue, forse fatti di coca e di anfetamine, che distruggono tutto quello che possono, nell'impunità più completa assicurata dalla polizia e dall'esercito indonesiano.
A Timor Est è successo il peggio.

C'è stato il referendum. Nonostante le minacce e le intimidazioni i timoresi, compatti, sono andati a votare. Si sono messi in fila fin dall'alba, in silenzio, povera gente dignitosa che finalmente aveva la possibilità di esercitare un diritto negato per venticinque anni, ed era decisa a farlo anche a costo della vita.

E' stato un plebiscito: il 90% dei timoresi ha votato per l'indipendenza.
Questo ha fatto andare su tutte le furie il Generale Wiranto, ministro della difesa indonesiano, che ha scatenato le milizie, rinforzate da ufficiali e soldati dei Kopassus in borghese. Dili è in fiamme. L'obiettivo è il genocidio di un popolo. L'ONU sta a guardare, impotente.

Non posso rimanere a Bangkok. La panza mi urla forte che debbo andare. Dove?
Non lo so, so solo che debbo partire subito per Giakarta. E poi?
Boh, poi si vedrà. Si giocherà a orecchio.





In volo per Giakarta
Mentre l’Airbus A-300 della Thai plana verso Giakarta dico a me stesso: "OK, questa e poi basta. Ti scrivi un pezzettino su Timor Est, poi te ne vai a Lombok e ti spari una settimana di mare, di sole e possibilmente di sesso."

Sono stanco. Sono in giro da quasi due mesi, mi sono puppato i profughi della Birmania, le prostitutine della Thailandia, le shooting galleries nelle miniere di giada del Triangolo d’Oro dove i minatori si passano la stessa siringa finché l’ago non buca più la pelle, i generali di Rangoon che mandano le donne dei ribelli Karen a spasso sui campi minati (lo chiamano "human demining" - e intanto in Europa tutti a commuoversi sulla sorte dell’elefantessa Motala saltata su una mina e amputata di una zampa).

Basta sofferenze. Questo decantato Sud Est Asiatico, paradiso del turismo, è uno stupratoio. Ho voglia di sole, di mare, di cose banali e rassicuranti. E poi perché debbo sempre andare a ficcare il naso nei casini altrui, e il Chiapas e le fogne di Bucarest e i profughi birmani e i violentati di Timor Est? Io sono un giornalista per sbaglio. Il mio mestiere vero è fare il copywriter, "scrivere poesie su reggiseni e formaggini", come dice Walter Mattau a Jack Lemmon in "Prima pagina".

Mi tocco la medaglietta che porto al collo. E’ una piastrina militare che pende da una catenina d’acciaio, ci sono sopra il mio nome e i miei dati. Per il riconoscimento del cadavere.





Un vecchio trucco da viaggiatori di commercio
L’aeroporto di Giakarta è squallido e cupo, l'atmosfera opprimente. Non più le ragazzine sorridenti e maliziose di Bangkok, ma pellegrine della Mecca intabarrate in veli bianchi o neri. Gli altoparlanti comunicano: "Ricordiamo ai signori passeggeri che in questo paese l’uso di droga è punito con la pena di morte".
Benvenuti in Indonesia.

Per me è essenziale avere un cybercafé a portata di mano: cerco un albergo in Jalal Jaksa, la zona frequentata dai pochi turisti che capitano da queste parti, più che altro saccopelisti in Grand Tour che viaggiano verso Bali e l'Australia da agosto in poi, quando a nord di Singapore è stagione dei monsoni.

Mi faccio portare all'Hotel Karya, che la Lonely Planet descrive come "Carino, confortevole, gentile. Uno degli alberghi più piacevoli della zona". Già dalla reception male in arnese la differenza con la Birmania o la Thailandia è abissale. Due gaglioffi baffuti e indolenti mi guardano arrivare fumando una sigaretta. Uno dei due mi fa vedere, senza fretta, una camera grande, doppia. C'è un salottino con due poltrone sporche e consunte, la moquette è macchiata, la coperta è sospetta, il bagno ha delle piastrelle staccate. Ma insomma. Ho dormito in posti peggiori.

Appena rimasto solo disfo la valigia, mi strappo un po' di peli dal petto e li dispongo artisticamente sulle lenzuola. Poi chiamo la reception. Arriva una cameriera grassa col velo islamico, indico i peli, allargo le braccia desolato, asserisco compunto che capisco i loro problemi, mi facco rifare il letto con lenzuola fresche di bucato e le allungo mille rupie.

Un vecchio trucco da viaggiatori di commercio. Piacerebbe a Paolo Conte.





Una botta di sconforto
E adesso? Adesso che sono qua a Giakarta che faccio? Non conosco nessuno.
Dispongo solo di un numero di telefono che mi ha dato Louise. Ma i timoresi li stanno ammazzando uno dopo l'altro, anche quelli che si sono nascosti a Giakarta. Figurati se sono rimasti in ufficio. Mi siedo sul letto, chiamo. Il telefono squilla a lungo. Dietro il tu-tuu, tu-tuu senza fine mi pare di sentire l'eco di uffici vuoti, di carte che il vento ha buttato per terra, di porte sfondate dalla polizia.
Ovvio, sono scappati tutti.
Riattacco.
Mi prende lo sconforto.





Che ci faccio qui?
Seduto sul copriletto macchiato, con l'inutile telefono sul comodino, isolato e senza riferimenti, mentre la notte tropicale scende rapida e triste, sempre alle sei in qualunque stagione, in qualsiasi fottuto parallelo compreso tra il Cancro e il Capricorno, ritorna la vecchia domanda: che ci faccio qui? Che cazzo ci faccio qui a farmi i fatti di una resistenza che non è la mia, di una storia che non è la mia, di un genocidio che non mi riguarda neanche di striscio? Baldoni, chi ti credi di essere? Il Bruce Chatwin dei poveri?








Cominciamo bene

Sono inquieto. Stanco. Nessuna voglia di uscire in una città sconosciuta e potenzialmente ostile. Mi sento completamente svuotato di energie. Ceno tristemente in camera con l'acqua e i biscotti un po' stantii del frigobar. La moquette puzza. Le zanzare, lo sbattimento del viaggio, quella lieve angoscia che ti prende quando stai iniziando qualcosa che non sai. Dormo male.

Mi sveglia un salmodiare acuto e lamentoso. Scosto le pesanti tende di velluto che odorano di muschio e apro la finestra. Fuori, un'alba livida e giallastra: a dieci metri dalla mia finestra c'è un minareto, e dagli altoparlanti arriva a tutto volume la preghiera del muezzin.

Cominciamo bene.





Maledetto muezzin

Mentre il maledetto muezzin continua a salmodiare le sue nenie piene di aspirate, il sole sale rapidamente. Che ore saranno? Non ho l'orologio, accendo la TV per scoprirlo. Sono le sei, sta cominciando il notiziario di CNN Asia. Parla solo di Timor Est. Scene di saccheggi, di uomini trascinati per le strade, di cadaveri riversi nelle loro pozze di sangue, e dappertutto le milizie che ballano, cantano, saccheggiano, ammazzano. Sembrano ubriachi di sangue. L'orrore.

Merda. Ho lo stomaco vuoto, l'umore è nerissimo e depresso. Esco e sperimento il consueto disorientamento di una città nuova in un altro continente. Sembra che non potrai raccapezzartici mai. Poi, dopo tre giorni, ti senti padrone del posto. Ormai l'ho imparato. Per lo meno qui i nomi delle strade sono scritti in caratteri latini. Il traffico è un delirio di imbottigliamenti e clacson a tutto volume, l'aria un consommé di tubi di scappamento.

Individuo due punti di riferimento essenziali: il primo è il Cafe Batavia, un posto con veranda dove si può mangiare. E neanche tanto male. Dopo un piatto di riso bollito con due uova fritte, papaya, mango e caffè nero, la vita comincia già a sorridermi un po'.

Il secondo posto è Click!, a due passi dal Batavia. E' pulito, ha l'aria condizionata, offre una ventina di computer Compaq nuovi nuovi con una connessione T-1 ed è gestito da ragazzi simpatici e sorridenti. La prima cosa che faccio è inviare una mail a Louise:

"Hi, darling. I'm in Jakarta. Whatta hell am I supposed to do, now?"





Il Cafe Batavia

Il Cafe Batavia diventa rapidamente il mio quartier generale. A due passi da Click!, ha una veranda fresca di legno e bambù e le solite sedie di plastica bianca e leggera che hanno invaso il mondo, dai bar dei pescatori di Porto Empedocle agli accampamenti guerriglieri della Colombia. Un autentico esempio di design popolare globale.

Il proprietario è Joost, un olandese sui quaranta con gli occhi allegri, una gran barba bionda e una risata fragorosa. Aveva una carriera assicurata nel commercio di diamanti a Rotterdam, ma durante il Grand Tour si è incagliato a Giakarta. Il Sudest asiatico è pieno di tipi così, che hanno rifiutato i posti fissi e i cieli grigi del Nord Europa, e che ogni tanto muoiono di nostalgia per la nebbia. Joost ha due camerierine sempre sorridenti: dalla complicità con cui interagiscono sospetto che se le trombi tutte e due insieme.

Il Batavia offre un caffè decente, un ottimo Nasan Goreng, birra Bintang ghiacciata e sorridenti (sedicenti) studentesse giavanesi dai lunghi capelli neri che, per un drink e una cena, ti scaldano volentieri il letto.

Sulla veranda del Batavia passo il tempo a leggere, a scrivere sul mio quaderno rivestito di solida tela blu (altro che quei frocetti modaioli dei Moleskine) e a godermi il gioco immutabile della seduzione dei viaggiatori di passaggio: un'occhiata, un sorriso, where are you from, my friend? Oh, how interesting. Yes, I'm a student...





Segnali nel vuoto

Dai computer bianchi di Click! mando freneticamente email a tutti quelli che possono avere a che fare con Timor Est. Nessuna risposta. E' chiaro, hanno altri cazzi che stare a rispondere a uno sconosciuto italiano che scrive su un giornalino a fumetti, anche se è Linus. E chissà se i dirigenti del Fretilin sono liberi di muoversi o sono sorvegliati a vista dalla polizia indonesiana.

Seguo anche un sito semiclandestino, il sito di Solidamor, che mantiene aggiornate24 ore su 24 le notizie suTimor Est. Mi chiedo chi lo compila, e dove sarà nascosta la redazione. A Timor? A Giakarta? A Darwin?

Non ci si capisce niente, è tutto un grande casino, e intanto sull'isola le milizie uccidono sistematicamente tutti quelli che sono sospettati di aver votato sì al referendum, cioè l'80% della popolazione. Il piano del generale Wiranto, ministro della difesa indonesiano, è cristallino e allucinante: sterminare i timoresi dell'Est per rimpiazzarli con una massiccia immigrazione dall'Ovest e dalle altre isole dell'arcipelago.

L'ONU traccheggia, esita, perde tempo in riunioni interminabili. Gli USA di Clinton continuano a mantenere ottimi rapporti con l'esercito indonesiano. Tutto il mondo civile chiede che si metta fine al massacro, anche con la forza, ma Madeleine Albright, con la sua faccia di mastino, resiste alle pressioni dell'ONU.

Mi sento sempre più fuori posto, qui. Continuo a mandare segnali nel vuoto.
Mi pare di essere quello che buttava petali di rosa nel Grand Canyon e aspettava di sentire l'eco.

A che serve restar qui? Mi sa che prendo un aereo e me ne vado al mare, a Bali o Lombok. Spiagge, sole, belle donne di tutto il mondo. Figa a nastro, come dice il mio amico Steve, che fa il barman all'Elba. In fondo, che mi frega di Timor Est?





Miracoli tascabili

Sulla veranda del Batavia mi offre compagnia e conforto uno scrittore che forse ha viaggiato meno di me, ma che ha raccontato viaggi incomparabilmente più fascinosi dei miei: Álvaro Mutis.

Ho con me un tascabile Einaudi un po' stropicciato, "Ilona arriva con la pioggia", e gusto le avventure del Gabbiere Maqroll naufragato in un triste alberguccio di Panama gestito da un maestoso barbuto mascalzone ebreo levantino con una gamba ortopedica, dopo che il Capitano Wito, oppresso dai debiti, si è sparato un colpo in bocca e l'Hansa Stern, il cargo malandato dipinto vistosamente di giallo rabbioso come il collo di un tucano, è stato sequestrato dalle autorità del Caribe.

Anch'io mi sento un po' naufrago, e un brano mi colpisce in modo particolare:

"Fu allora, sul punto di arrivare al fondo dell'abisso, che avvenne il miracolo di salvezza. Si verificò secondo un rituale che si ripete nella mia vita con così puntuale fedeltà che non ho altro rimedio che attribuirlo all'indecifrabile volontà degli dèi tutelari che mi conducono, con fili invisibili ma evidenti, attraverso l'oscurità dei loro disegni."

E' vero. Mi tornano in mente momenti così della mia vita.

L' assegno miracolosamente scivolato fuori da un libro di filosofia indiana quando stavo per morire di fame a Milano.

L'apparizione della misteriosa M.lle Contour, in missione di spionaggio commerciale, quando ero completamente a terra – e il vortice di grandi ristoranti e alberghi a cinque stelle in cui mi trascinò per un mese.

I tre biglietti da cinque sterline apparsi miracolosamente per tre giorni di seguito a Londra.

Il posto di direttore creativo trovato in un bidone della spazzatura di Piccadilly Circus.

L'incontro casuale con Danielle Mitterrand in una strada di San Cristóbal de Las Casas, che mi spalancò i santuari del Subcomandante Marcos.

La riservata Dama Bianca incontrata sul fuligginoso barcobestia dell'Irrawaddy, che mi aprì le porte dei ribelli Karen della Birmania e, più tardi, delle FARC colombiane.

L'attacco della banda somala che mi salvò dalla cella a Lodwar, un buco di culo di posto al nord del Kenia dove la polizia locale voleva, fondamentalmente, fregarmi il portafogli.

Lo studente di ingegneria cileno che mi apparì per miracolo, un angelo in volo su una tavola da surf, mentre avevo già accettato con serenità di annegare, trascinato dalle correnti al largo di Puerto Escondido - quel giorno imparai che non è il caso di aver tanta paura, la morte è solo una compagna di viaggio.

Va bene. Io ancora non so perché, ma se sono qui a Giakarta un motivo ci deve essere. Bisogna aver fiducia, qualcosa succederà. Qualcosa succede sempre. La vita è generosa con chi la sfida - e soprattutto con chi le si affida.





Pronto? E' Repubblica

Squilla il cellulare. E' un caro amico, Mauro Vallinotto, fotografo di Repubblica. Gli dico che sono a Giakarta, gli racconto in che casini mi sono messo. Lui, vecchia volpe, vede subito il punto:

"Senti, già che sei lì, cerca di intervistare Xanana Gusmao!"

"Sì, e magari la Fata Turchina! Ha i più grandi giornalisti del mondo alle calcagna, figurati se dà retta a me. Poi tra due giorni pianto tutto e me ne vado al mare, ne ho le palle piene di massacri. Qui a tutti quelli che incontro è morto qualcuno."

Insiste, mi strappa la promessa: ci proverò.





La fiducia nel Caso

Álvaro Mutis continua a tenermi compagnia sulla veranda del Cafe Batavia. Arrivo al punto in cui Maqroll e Ilona sono quasi in rovina a Panama. Lei gli dice:

" – Il male delle crisi come quella che hai appena finito di attraversare è che minano la fiducia nel Caso, quella fede nell'inatteso che sono le condizioni essenziali per trovare la via d'uscita. Lascia che le cose scorrano, in esse è nascosta la chiave. Se la si cerca, si perde la facoltà di scoprirla."

Prosegue Maqroll:
"Aveva ragione. Mi resi conto, allora, di quanto fosse profonda la mia caduta, e sino a dove essa avesse ostacolato e paralizzato le molle del meccanismo che permette una cieca fiducia nel nostro destino. Quella certezza propiziatoria che tante volte mi aveva tirato fuori da sabbie mobili anche peggiori di queste da cui sfuggivo, grazie a Ilona e alla pioggia che l'aveva portata, come sempre".

Mi stiracchio, respiro, sorrido interiormente. Guardo con occhi nuovi il viavai di Jalal Jaksa, i venditori ambulanti, le ragazzine sorridenti che occhieggiano i tavoli dove sono seduti gli stranieri. Giusto: la fiducia nel Caso. Massì, aspettiamo. Non so perché sono venuto qui, ma qualcosa succederà. Lasciamo che le cose scorrano.





Liberato Xanana

La notizia la dà per primo il notiziario serale della CNN: le autorità indonesiane, sotto la pressione della diplomazia internazionale, hanno liberato Xanana Gusmao, che è stato immediatamente preso sotto protezione dalle autorità del Regno Unito.

Cazzo. Xanana è all'ambasciata britannica. Nemmeno un chilometro in linea d'aria dalla mia stanza con la moquette che sa di muffa.

Ci vado.





Davanti all'ambasciata

L'ambasciata britannica è circondata da punte d'acciaio e rotoli di filo spinato. Intorno, decine e decine di poliziotti indonesiani in divisa marrone, giubbotti antiproiettile e scudi con la scritta POLISI. Di fronte al cancello di ferro dell'ambasciata frotte di giornalisti, operatori e fotografi.

Riconosco il mezzobusto americano che mezz'ora fa parlava dallo schermo della CNN. Ecco Pietro Veronese, di Repubblica. Toh, e quello non è Fabrizio del Noce, con la sua troupe RAI? Cristo, ma ci sono proprio tutti. Eh già, una guerra è sempre fotogenica. Ma l'attenzione dei media mondiali è d'importanza strategica per Timor. I popoli oppressi muoiono di dimenticanza.

Mi rilasso, adesso non posso più fare gran che, è il momento di lasciare che sia la vita, o la panza come la chiamo io, o magari il Caso a lavorare. Li conosco, ormai, questi cicli. Prima lavori lavori come un matto, poi tutto ti sembra che vada in fumo, cadi nella tristezza e nella depressione più nera. Allora molli le redini, ti rilassi e, misteriosamente, appena lasci che sia la vita a continuare da sola per cazzi suoi, succede qualcosa.

Infatti sto chiacchierando con un reporter olandese quando si apre la porta dell'ambasciata. Un fremito, un movimento percorre il gruppo dei giornalisti, che cominciano a sgomitare e a spintonarsi verso la porta contenuti da agenti dei servizi segreti britannici in camicia bianca e auricolare, massicci come armadi.

Poi - delicata, diafana, spiritata - esce lei.



<<All'indice
Avanti >>