On the road again




Si materializza Louise
E' alta, bella, con una carnalità pallida e sensuale da magnolia, gli occhi febbricitanti di chi ha un ideale da inseguire e sta esaurendo il tempo a disposizione.

Tutti i giornalisti cominciano a urlare:
"Louise, Louise!"
"Louise, hai dichiarazioni di Xanana?"
"Louise, ci sarà una conferenza stampa?"

Lei alza la mano con un gesto che la gravità del momento carica di pathos e comincia a leggere un foglio con voce stanca e un po' roca:

"Comunicato congiunto del Presidente del Fretilin e dell'Ambasciatore Britannico a Giakarta: oggi alle 12 il Presidente Xanana terrà una conferenza stampa. Saranno ammessi solo due rappresentanti di ogni settore: due della stampa quotidiana, due della stampa periodica, due delle radio, due delle agenzie di notizie, due fotografi, più la CNN e la BBC. Confidiamo nel vostro fair play affinché il materiale raccolto venga equamente condiviso tra tutti i colleghi. In questo gravissimo momento Timor Est ha bisogno dell'appoggio di tutti i media del mondo."

A due passi da me Fabrizio del Noce sibila sottovoce un vaffanculo, stronza.
Non me lo aspettavo così piccino. Uh, fisicamente, intendo. Un operatore della RAI rinfodera la betacam mormorando "Che ppalle, aoh!". Gli operatori e i tecnici mi sono sempre stati più simpatici dei giornalisti.

Ora Louise è sotto assedio, cerca di rispondere alle domande come può, chi la tira per una manica, chi la prende per mano. Casualmente, un movimento della folla dei reporter mi porta vicino a lei.
Mi butto: "Scusi, Louise, sono un giornalista italiano ... mi chiamo Enzo Baldoni..."
Cerca di liquidarmi in fretta: "Guardi, è un momento difficile... lo vede da lei ..."
"Non so se si ricorda ... ci siamo scambiati delle email dall'Italia..."
Si ferma un attimo, mi guarda con curiosità: "Come ha detto? Enzo?"
"Enzo."
"Non quell'Enzo?"
"Temo proprio di sì."
Il suo volto stanco si illumina in un sorriso da monella: "Oh! Non sai quanto ci hanno fatto ridere le tue mail! Aspetta..."
Scribacchia veloce un numero su un bigliettino.
"Adesso non posso, ma chiamami dopo le cinque su questo cellulare. Vedo cosa posso fare, eh? Ciao, ciao! (in italiano)".
E sparisce all'interno dell'ambasciata.

Rimango a bocca aperta, col bigliettino ben serrato nel pugno. Debbo avere un'espressione leggermente beota stampata sulla faccia. Per quanto ormai abbia imparato che queste cose succedono, non riuscirò mai ad abituarmici.





Un numero di cellulare

Me ne torno all'Hotel Karya col mio prezioso cartoncino stretto in pugno.

La sera stessa telefono a Louise: chissà se è nascosta dentro l'ambasciata britannica assieme a Xanana o da qualche altra parte di questa Giakarta immensa, polverosa, spampanata e violenta ?

Ovviamente è anche lei nella lista di quelli che i servizi indonesiani farebbero fuori tanto volentieri. Louise è l'unico tenue tubo d'ossigeno che collega Timor Est al mondo prima che soffochi nel sangue: i media.

I media. Bah. In questo stesso momento, mentre il mondo intero (con venticinque anni di ritardo) si indigna sulla sorte della piccola isola australe, le truppe indonesiane stanno comunque brutalizzando la popolazione in altre parti dell'Arcipelago, alle Molucche, ad Aceh, a Irian Jaya, con le loro ricchezze minerali e i pozzi di petrolio della Exxon.
Ma non se ne parla, quindi non il problema non esiste. Così va il mondo.
Niente media, niente opinione pubblica, niente intervento ONU, niente speranza.

Dopo diversi tentativi, finalmente Louise risponde. Sullo sfondo sento voci concitate, discussioni, e in sottofondo lo speaker della CNN.

"Hallo, parla Louise."
"Ciao, Louise, Enzo."
"Enzo! Come stai! Vado di fretta. Ascolta, segnati questo numero:
89-45.76.878. E' il cellulare di un dirigente della resistenza, si chiama Alex Gusmão, è nascosto qui a Giakarta, parla inglese. Lo chiamo anch'io e gli dico di incontrarti, okay?"
Scribacchio in fretta nome e numero sul retro di "Ilona arriva con la pioggia".
"Okay, Louise, grazie!
"Ciao, Enzo! Ci vediamo quando siamo più tranquilli!"
"Ciao!"
"Ciao, ciao!"

Evvai. Mi sento leggero e allegro con una punta di stupore, è una sensazione che conosco bene. Il cavallo è ripartito, lo sento galoppare dentro di me, e non so dove mi porterà, ma so che adesso debbo solo lasciarmi andare e assecondarlo, tenendo le redini con appena le punte delle dita.





Contatto

"Hello"
"Hello, signor Gusmão, mi chiamo Enzo Baldoni. Sono un amico di David Corona. Mi ha dato il suo numero Louise. Possiamo vederci per un'intervista?"
"Sì, Louise mi ha chiamato. Va bene... vediamo un po'... domattina?"
Non speravo così presto.
"Ottimo. Dove?"
"Lei dove alloggia?"
"Sto all'Hotel Karya, in Jalan Jaksa, ma vengo dove vuole lei."
"Va bene, vengo in albergo da lei alle undici."

Ma come? Viene da me in albergo? Non mi dà un appuntamento in qualche parco all'aperto o in qualche bar lungo il fiume, come nei libri di Le Carrè? Che ne sa se la mia telefonata è una trappola o no?

E se fosse lui la trappola per me? I servizi indonesiani potrebbero aver intercettato la telefonata, deviato la mia chiamata e ...

Ma no, che gli frega di me? I servizi hanno ben altro da fare, di questi tempi. Saranno tutti a Timor Est. Ti fai troppe paranoie, Enzo.

Però quando esco dall'albergo mi guardo intorno con più attenzione. Parcheggiato dalla parte opposta della strada c'è un gippone Chevrolet marrone scuro con i vetri affumicati. Non si vede se c'è qualcuno, dentro .

Come diceva qualcuno, anche i paranoici hanno dei nemici.





Un guerrigliero mite, malinconico

Le undici di mattina. Mi telefona la reception:

"C'è qualcuno che la cerca, Mr. Baldoni".
"Lo mandi su. E mandi anche del caffè, per favore."

Alexandre Freitas Gusmão è piccolino, scuro, modesto. Ha due baffi neri, la pelle color tabacco, gli occhi come spilli. Un incrocio delle tante razze, dai portoghesi ai cinesi, dai melanesiani agli indiani, che costituiscono la popolazione timorese. Prima di entrare si guarda in giro, scandaglia un attimo la stanza con gli occhi, mi guarda con l'aria interrogativa, ma non sembra uno inseguito di presso dalla polizia.

Ci sediamo sulle due poltrone un po' slabbrate. Si presenta come leader dell'East Timor Student Forum. Non mi fa una grande impressione. Parla un inglese appena decente. Gli faccio delle domande su Timor Est, sulla situazione, su Xanana Gusmao. Sorseggiando il caffè e i biscotti che ho fatto portare, mi catechizza un pochino. Ma non ha l'aria del fanatico, piuttosto di uno che sta facendo una cosa di routine mentre ha la testa da tutt'altra parte. Mi porge dei volantini di propaganda, un librettino ciclostilato coi resoconti dei massacri indonesiani, foto di ragazze torturate. Tutte cose che so a memoria. Ma non è questo che m'interessa.
Sono leggermente deluso. Non sono venuto a Giakarta per avere informazioni che potevo benissimo ottenere con una ricerca su Internet.

Ogni mezz'ora interrompiamo per ascoltare le notizie della CNN. Che sono disastrose. Dili brucia. Massacri a catena. Assaltata e distrutta la casa del vescovo Carlos Ximenes Belo, Premio Nobel per la Pace, in cui si erano rifugiate centinaia di persone. Impossibile quantificare i morti.

-E tu, Alex, hai qualcuno a Dili?
-Oh, si' ... ho la mia casa, che e' bruciata, lo so di sicuro ... c’erano mia sorella e mio fratello, studenti. Non so se sono ancora vivi. Non so nulla.

Piomba tra noi un silenzio imbarazzato. E’ strano come Alex riesca a dirmi queste cose con umilita', con mitezza, restando sempre calmo. Non c’e' traccia di ferocia in lui, ne' di voglia di vendetta. E’ un guerrigliero smite, malinconico.





Ogni notizia uno schiaffo


La conversazione con Alex è scandita sul filo delle notizie che continuano ad arrivare. E ogni notizia è uno schiaffo. La sensazione è che, mentre gli indonesiani raddoppiano in ferocia, australiani e americani cerchino solo di mantenere la faccia senza impaludarsi in una guerra che possa costare vittime occidentali.
Dichiarata a Timor Est la legge marziale.
Hanno sparato sulla sede delle Nazioni Unite.
Clinton traccheggia e invia all'ONU Madeleine Albright che, con la sua faccia da mastino, pronuncia un discorso cauto e generico.
Nessuno vuole restare col cerino acceso in mano.
Intanto a Dili, protetti dalla legge marziale, i militari e le milizie massacrano, deportano, bruciano.
Ad ogni notizia aumentano la tensione, l'amarezza, l'angoscia.





La vita come un bottone

- Alex, che sta succedendo a Dili?
Lui non perde la sua imperturbabilità melanconica:
- Oh, quello che l'esercito aveva già deciso assieme alla milizia il 24 luglio in caso di vittoria degli indipendentisti: hanno già distrutto le banche e il giornale, fatto saltare i serbatoi dell'acqua e la centrale elettrica, stanno bruciando le case e gli alberghi. Stanno distruggendo tutte le infrastrutture e spostando gli abitanti a Timor Ovest.
- Pensi che vogliano cancellare completamente Dili?
- Ma è ovvio, my friend. Così, quando arriveranno le truppe ONU, se mai arriveranno, troveranno solo timoresi favorevoli all'Indonesia.
Lo dice tranquillo, la tragedia di un massacro comunicata con la solita faccia mite e imperturbabile. E aggiunge, a voce bassa:
- Dili sarà la nostra Cartagine.
- Sei proprio uno studente di filosofia. Ma sei sicuro che sarà questo il futuro di Timor Est?
- Ci sono due possibilità. Se le Nazioni Unite spediscono una forza di pace che sia veramente forte, ben armata e determinata, forse ci salveremo. Ma ho qualche dubbio. Entro due o tre giorni i Kopasus e le milizie avrano fatto terra bruciata. Sono 23 anni che ci provano, e questa è la volta definitiva. Stavolta è proprio l'ultima. E' il genocidio. E la colpa sarà di chi è rimasto a guardarci morire sugli schermi della CNN.

Mi guarda ancora con quel sorriso determinato e melanconico, come di chi sa che è ora di morire e non si può fare altrimenti. Mi ricorda un po' Giovanni Falcone, quando diceva: vede questo bottone? Ecco, la mia vita vale quanto il bottone di questa giacca.





Teste mozzate

Gli verso ancora un po' di caffè.
- Alex, ma cos'è questa storia delle teste mozzate? Io non le ho viste da nessuna parte.
Lui fa uno dei suoi sorrisi malinconici:
- Oh, io le ho viste fin da bambino. La prima volta avevo otto anni.
Ma poi anche a nove, a dieci a undici...
- Dove?
- A Vemasse, il mio villaggio, nel distretto di Baucau, Timor Est.
- Chi era che tagliava le teste? Le formazioni paramiltari?
- No, i Kopasus, i soldati dell'esercito regolare indonesiano. Sai, quelli coi baschi rossi, le truppe d'elite.
- Racconta.
- C'è poco da raccontare. Arrivavano di notte, sfondavano le porte coi calci dei fucili. Era facile, le case sono di bambù. Entravano, urlavano, rovesciavano i mobili, picchiavano le donne, trascinavano via la persona prescelta. Per un po' sentivamo gli urli, poi solo il motore dei camion che si allontanavano.
- E poi?
- E poi... - fa un sorriso amaro - poi si divertivano un po'. Se era un uomo lo torturavano, se era una ragazza prima di ammazzarla la violentavano.
- Chi veniva preso?
- Chiunque venisse sospettato di simpatizzare per l'indipendenza di Timor Est dall'Indonesia. A volte bastava una soffiata, un vicino invidioso che ti denuciava...
- Ma perché tagliavano le teste?
- Propaganda, my friend. Dissuasione. Una testa tagliata è un argomento molto convincente. La mattina dopo arrivavano e convocavano tutto il villaggio con gli altoparlanti montati sui camion. Di solito la testa della vittima stava per terra nella jeep dell'ufficiale, in una busta di plastica del supermercato. Sai com'è... per non sporcare i tappetini. Poi l'ufficiale la afferrava per i capelli e ce l'agitava davanti agli occhi, urlando: "Guardate bene! E soprattutto badate bene! Badate a come pensate! Se pensate con la testa giusta, vi rimarrà attaccata al collo! Se pensate con la testa sbagliata, finirete come lui!"
- E' mai capitato a qualcuno dei tuoi?
- Certo. A Martinho, il fratello più giovane di mio padre. Aveva trent'anni.

Lo dice così, con la solita aria mite, dimessa, e mi guarda come se venissi dalla luna, povero europeo ingenuo, con la mia democrazia e la mia Carta -straccia?- dei Diritti dell'Uomo.





Di nuovo sull'ottovolante

E' quasi ora di pranzo. Alex si alza.
- Bene. Debbo andare, adesso...

Ma dove vai? penso io. A farti ammazzare per le strade di Giakarta? Stai qui, che è più sicuro.
- Dai, rimani un altro po'.
- Sorry... troppe cose da fare, troppa gente da mettere al sicuro. Sono pieno di profughi che si nascondono, debbo aiutarli a scappare, sistemarli nelle ambasciate.

Mi lascio (e ti pareva?) trascinare da uno dei soliti stupidi irresistibili impulsi irrazionali.

- Alex, portami con te.
Mi squadra, dubbioso. Storce un po' la bocca, perplesso. Allarga le braccia in un gesto molto latino.
Insisto:
- Dai, ci andiamo a mangiare un nasi goreng e poi ti tengo compagnia.
Sorride un pochino. Mi sa che ha fame.
- Va bene. Se proprio vuoi, va bene.

Usciamo, il gippone marrone scuro è ancora parcheggiato davanti all'albergo. E' difficile capire se c'è qualcuno dietro i vetri oscurati. Io mi guardo intorno, un po' nervoso, Alex cammina a testa bassa, imperturbabile.

Lo porto al Cafe Batavia, Joost guarda incuriosito il mio ospite così chiaramente non europeo. Le due ragazzine giavanesi ci servono un eccezionale nasi goreng con pesce, che innaffiamo con due bottiglie di Bintang gelata.

Poi scendiamo raggiungiamo il vicino vialone a sei corsie, lasciamo passare uno o due taxi, fermiamo il terzo e saliamo. Alex dà un indirizzo incomprensibile in bahasa, la lingua dell'invasore. Il tassista si butta a tutta velocità nel traffico infernale di Giakarta, tra le macchine che saettano da tutte le parti, i clacson che urlano e il fumo denso dei tubi di scappamento che rende l'aria come una zuppa grigiastra.

Non ho la minima idea di dove siamo diretti, ma riconosco il vecchio delizioso pizzicorino tra spina dorsale e le ghiandole salivari: di nuovo sull'ottovolante. E vai!





Giornate convulse

A Giakarta la resistenza timorese ha costruito una rete di case sicure nella periferia immensa e squallida della capitale. Sono per lo più casette spoglie col tetto di lamiera, tra connessioni autostradali, strade polverose e cani randagi scheletriti.

Passiamo una serie di giornate convulse, un taxi dopo l'altro, una casa dopo l'altra. Sono zeppe di giovani con l'aria cupa di chi sta vivendo una trauma profondo, di chi non sa come sarà domani e ne ha anche paura. Sono riuniti in gruppi e capannelli. Lavorano, leggono, fumano, cuociono cibo in fornellini improvvisati per terra. C'è puzza. I bagni sono insufficienti per tutti.

Arriviamo nella sede di Solidamor, un gruppo misto di studenti timoresi e indonesiani che si battono per l'indipendenza di Timor Est. Non tutti gli indonesiani sono fascisti e colonialisti, anche se negli Anni Sessanta la CIA e i militari di Sukarno hanno perpetrato un assassinio sistematico, di massa, dell'opposizione di sinistra. Sono tutti indaffarati, vanno e vengono con fogli e dispacci, si affollano intorno a tre vecchi computer 386. E' qui, in questa baracca dal tetto di lamiera, che nasce il sito di Timor Est, il filo tenue di notizie che collega l'isola australe al mondo. I telefoni portatili squillano di continuo. Il cellulare ha cambiato il modo di fare le rivoluzioni.

Sull'isola ormai la situazione sta sfuggendo di mano alle stesse autorità indonesiane. Oggi due collaboratori delle Nazioni Unite sono stati uccisi. La polizia indonesiana non garantisce l'incolumità di giornalisti e operatori.

All'improvviso arriva la notizia che l'ONU ha ordinato l'evacuazione di tutti i suoi funzionari stranieri. Ci guardiamo, costernati. Cala un silenzio di piombo. Anche l'ONU abbandona Timor Est.





In una certa lista

Nella casa è scesa una cappa pesante. Facce scure, sopracciglia aggrottate, poche parole.
Il caldo è soffocante, non dà tregua sotto il tetto di lamiera. Mi chiedo come saranno le celle delle prigioni.

Si sta facendo buio. Nella calura sudata e appiccicosa del patio i ragazzi stendono decine di stuoie. Si preparano per la notte. Chiedo ad Alex:
-Dormite qui?
-Si', ...qui riesco a far dormire anche cinquanta ragazzi. E’ un posto abbastanza sicuro.
-Anche tu dormi qui?"
- Io? No, no... Sto aspettando una telefonata di Repubblica. Ho il cellulare scarico e ho chiesto di chiamarmi lì.
Alex mi tira per la manica della camicia.
-Ehm... ti dispiace se andiamo?
- Aspetta, io sto aspettando una telefonata dal giornale!
- Sì, ma vedi, io ho qualche problema ...
- Che problemi hai ?
- Oh, sai ... di sicurezza ... la nostra intelligence mi ha detto che sono su una certa lista ... capisci? Una di queste notti attaccheranno questa sede. Magari anche stanotte. Meglio andare ...
- Ma Cristo ...
Mi colpisce come una mazzata la semplicità della cosa. Che stupido che sono.
Certo, questo qui rompe i coglioni agli indonesiani. Ovvio, quelli lo tengono d'occhio e una sera di queste lo fanno secco. Tutto quadra, no?





Un prestigiatore

Dal buio spuntano due fari che illuminano la polvere e l'immondizia della strada. E' il taxi che abbiamo chiamato per telefono (mai prendere il primo taxi che passa!). Lo ammetto: sono un po' più cauto e scruto attentamente nella notte prima di uscire. Alex non si scompone, esce tranquillo, un po' fatalista. Come dargli torto? Non puoi vivere tutta la vita nella paura. Prendi delle precauzioni ragionevoli e per il resto te ne freghi. Probabilmente ci si abitua.

Ci facciamo portare allo Sheraton, attraversiamo la hall e prendiamo un altro taxi in direzione opposta. Arriviamo al Cafe Batavia e ci sediamo a un tavolino d'angolo abbastanza defilato. Una Bintang ghiacciata ci regala un sospiro di sollievo: aiuta a lavar via dalla gola l'angoscia di una giornata pesante.
- Alex, stanotte dove dormi?
- Oh, ancora non lo so. Cambio letto spesso. Sai, questo li disorienta...
- Ma un letto per stanotte ce l'hai?
- Bah, devo fare qualche telefonata...
- Aspettami qui.

Eccheccazzo. Uno non può far sempre finta che sono affari che non lo riguardano.

Faccio due passi fino all'albergo. Ottimo, il portiere di turno è Pak, un omino piccolissimo con le sopracciglia folte come cespugli, che per arrivare al bancone se ne sta appollaiato su uno sgabello da bar. A forza di battute e con qualche mancia siamo diventati amici. Beh, amici: amici come possono esserlo un portiere d'albergo indonesiano taglia fantino e un pubblicitario italiano grosso come un grizzly.
- Pak, mi serve un'altra stanza.
- No problem, my friend.
- La metti a nome mio, va bene?
Mi guarda interrogativo, lo guardo con intenzione, faccio scivolare lentamente una mano sul bancone.
Un prestigiatore. Le diecimila rupie spariscono nel cassetto senza che io riesca nemmeno a vederle.
- A nome tuo, my friend, certo. No problem. Ecco la chiave: la 9, è una buona stanza.





Troppo lusso

Quando rientro, cercando di nascondere un po' Alex dietro di me, Pak guarda ostentatamente la televisione. Saliamo alla stanza numero 9. Alex guarda la camera, il bagno con la vasca e la doccia, gli asciugamani, le lenzuola bianche, il televisore:
- Oh, no, my friend. Oh, no. Troppo lusso. Troppo lusso per me, questo...
- Shut up. Stai qui quanto vuoi, una notte o un mese. La stanza è a nome mio, quindi è meno probabile che ti becchino. Adesso stai tranquillo e non rompere le palle. Vai a dormire, ne hai bisogno. Ci sentiamo domattina.






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