In giro per l'arcipelago clandestino



Un arcipelago segreto

Nei giorni seguenti stiamo molto insieme. Non so bene cosa faccia Alex, so che lavora per salvare della gente. Ormai io lo chiamo "irmão", lui "my brother". Ha comprato un cappello e un paio di occhiali scuri, ha smesso di vestire tutto di nero. Si è perfino tagliato i baffi. Cerca di mimetizzarsi, ma con le sue camicie a disegni viola o grigi non è che cambi molto, continua a sembrare un prete un po' dimesso. Magari è questo che lo salva.

Passiamo freneticamente da un tassì all'altro, da una casa sicura a un'ambasciata. Comincio a intravvedere un arcipelago segreto, case come isolette in quel gran mare di cemento che e' Giakarta. Un arcipelago popolato da clandestini che si preparano per costruire una nuova nazione.
Qui nasce il loro ottimo sito Internet, continuamente aggiornato, là vengono scritti comunicati inviati al mondo via posta elettronica, in un'altra casa ancora si tengono gruppi di studio sull'economia o sulla gestione delle risorse. La loro rete di assistenza si occupa di sistemare i profughi o di dare una copertura a chi fa lavoro clandestino. E' in questo arcipelago segreto che prende forma il complesso intreccio di relazioni interne ed internazionali grazie a cui un Paese di appena 800.000 abitanti si e’ imposto all’attenzione mondiale (ce ne sono una trentina altrettanto martoriati di cui non si parla mai, dalle Filippine alla Guinea Bissau ...).

Questi ragazzi e queste ragazze comunicano via email o coi cellulari, sono mobili, sono svegli, diventeranno l'élite del nuovo Stato di Timor Est, se riusciranno a costruirlo.
Se sopravviveranno.





Squilla un cellulare

Un giorno che siamo seduti a pranzo, squilla il cellulare di Alex. Fa di sì un paio di volte col capo. Poi chiude e scuote la testa.

"Cattive notizie, Alex?"

Mi guarda come se venissi da un altro pianeta:
"Oh, si' ... scusa ... il mio migliore amico. Si chiamava Mariano Lopez.
L'hanno ammazzato nella casa del vescovo Belo. Spero che Fernando sia scappato nella giungla ... mah ... dicevamo?"





Come abbiamo fregato l'aeronautica indonesiana

Alex mi presenta un moretto tosto con parecchio sangue melanesiano e l'aria arrabbiata: è il vicecomandante del FRENETIL (Frente de Resistença Nacional Estudiantes de Timor Leste ) ed è appena scappato da Dili, giocando una beffa all’Aeronautica militare indonesiana: è arrivato a Giakarta su uno dei loro Hercules.

Adesso è (relativamente) al sicuro per qualche ora nella mia stanza d’albergo assieme ad altri due compagni. Accetta di essere intervistato.

- Come ti chiami?
- Asanami, "Gallo dell’est", perchè vengo da Los Palos, est di Timor Est.
- Nome vero?
- No, nome di battaglia.
- Mi racconti la tua storia, Asanami?
- Mi hanno catturato nella casa del vescovo Carlos Belo. Le milizie erano assatanate, forse imbottite di pasticche, sembravano pazzi, sparavano su tutto quello che si muoveva. Ho visto massacrare la gente col machete, con le zappe, a colpi di pistola in faccia.
- E quando hanno assaltato la casa del vescovo?
- La mattina del 5, verso le undici. Erano centinaia. Hanno cominciato a minacciarci, a insultarci, da dietro le cancellate. Era come stare allo zoo, e noi eravamo le scimmie. Hanno infilato i fucili tra le sbarre e cominciato a fare il tiro a segno sul tetto, poi sulle finestre e alla fine hanno cominciato a spararci addosso.
- Hai visto qualcuno morire?
Mi manda uno sguardo obliquo:
- Ne ho visti tanti. Troppi. Ho visto Lili, la bambina del mio amico Acario, colpita da una pallottola nell’occhio, la parte destra della testa era tutta deformata e insanguinata. Aveva sei anni. E' caduta, ma io l’ho vista per un attimo solo e poi non ne so piu’ niente, perché è stata travolta dalla folla che scappava. Scappavamo tutti, ci sparavano addosso, ci calpestavamo, era il panico. È stato terribile.

- E poi?
- E poi ci siamo buttati per terra e ci siamo arresi.
- Quanti eravate?
- Tanti, forse un migliaio. Il parroco lo hanno portato via, a noi ci hanno radunato sotto la statua di Nossa Senhora e ci hanno obbligato a gridare "Viva la bandera bianca e rossa!" (la bandiera indonesiana), e ad applaudire.

- E tu hai applaudito?

Mi guarda come se fossi uno stupido:
- Ma certo che ho applaudito. E a testa bassa, anche. La gente faceva mucchio intorno a me per coprirmi. Io sono conosciuto, lo so che mi cercavano per ammazzarmi, e più o meno mi ero rassegnato a morire.
- E invece ...
- E invece un amico, chiamiamolo Carlos da Silva, aveva pronto un piano. Lui è molto ricco, è legato anche alle milizie, ma la sua ragazza è la sorella della mia ragazza.
- Salvato dal futuro cognato.

Finalmente una risata ironica:
- Si’... pensare che mi stava anche antipatico. Ma insomma, lo vedo arrivare su una macchina della milizia, salta giù, mi prende per la collottola, urla, mi chiama figlio di puttana e mi carica sul pick-up Toyota della milizia a calci e schiaffoni come se volesse portarmi via per ammazzarmi, poi mi costringe a stendermi nel cassone. A tutta velocità mi portano al comando del 544°, che è un battaglione tutto di soldati timoresi. Ho visto che allungava cento dollari all’autista della milizia. Andiamo dal colonnello Ranbang, che non è timorese ma indonesiano, però è l’uomo della sorella di Carlos...
- Ma è un intrigo di famiglia!
- Quasi. Li sento discutere, e capisco che Carlos offre dei soldi al colonnello: molti soldi, non so quanti. Dopo mi ha detto che gli ha regalato anche un televisore, un frigorifero e la sua jeep, una Cherokee nera nuovissima. Allora il colonnello ci fa aspettare nascosti in un magazzino di uniformi e coperte e, alla notte, ci carica su una colonna di pullman, alcuni militari e altri civili, pieni di famiglie degli ufficiali che stavano sfollando verso Kupang; c’erano anche sua moglie e i figli, forse ci ha fatti passare per suoi familiari.

Beve un sorso di birra, prosegue:
- Abbiamo viaggiato tutta la notte da Dili a Kupang, c’erano molti posti di blocco, ma non ci ispezionavano perché eravamo le famiglie dei militari indonesiani.
- E poi?
- Poi, all’alba, siamo arrivarti all’aeroporto militare di Kupang. Lì c’erano due aerei che ci aspettavano.
- Che aerei erano?
- Due Hercules da trasporto truppe.

Amico, tu mi stai raccontando un sacco di fregnacce, penso. Gli chiedo, scettico:
- Ah, sì? E come sono fatti dentro, gli Hercules? Quanti sedili ci sono?
- Mah, nel mio non c'erano sedili, c'era una panca lungo la fiancata e una rete per aggrapparsi durante il decollo. Molti stavano stesi per terra su materassi e coperte che si erano portati.
Okay, ha volato davvero su un Hercules.

- Vuoi dire che sei scappato a Giakarta su un aereo militare?.
Ride:
- Già. Ma al mio futuro cognato è costato caro.
- Quando sei stato sull'aereo ti sei sentito al sicuro?
- Macché! Pensa che, pochi metri davanti a me, c’era uno dei miliziani più feroci, il capitano Eusebio Belo, che mi conosce benissimo. Ho fatto tutto il viaggio col cappello calato sugli occhi e con una benda sulla faccia come se avessi avuto mal di denti.
- Un capo della milizia? E che ci andava a fare a Giakarta? In quei giorni il lavoro era a Dili.

Scuote la testa, ha l'aria angosciata:
- La nostra intelligence ci aveva già avvisato, ma gliel’ho sentito ripetere ai suoi amici: c'è un piano per sterminare la gente di Timor a Giakarta, sanno i nomi, gli indirizzi. L’ho sentito dire: adesso li ammazziamo uno per uno, così facciamo piazza pulita di quei sorci."

È vero. In queste notti i miei amici della Resistenza timorese cambiano spesso letto, si spostano guardinghi, cercano di camuffarsi. C'è paura. Xanana è protetto dalle SAS della RAF e comunque vive murato nell’ambasciata britannica, ma i suoi militanti si arrangiano come possono, seguendo le regole della clandestinità.

- Un’odissea. E in tutto questo, qual è stato il momento in cui hai avuto più paura?
Ci pensa un po’:
- Mah ... di paura ne ho avuta tanta. A morire ero rassegnato.
Certo, la possibilità di essere torturato mi spaventava. Ma forse il momento in cui mi sono spaventato di più è stato quando l’aereo si è alzato in aria. Un rumore terribile, siamo stati scaraventati uno sull'altro. Era la prima volta che volavo.





La morte come aperitivo

E' l'una, gli dico: "Ragazzi, usciamo a mangiare?"

I quattro timoresi discutono un po' fra di loro in Tetum, sento parecchie volte ricorrere la parola "sigurança", poi mi chiedono se è possibile avere invece un panino in camera: uscire è troppo pericoloso.

Ordino il pranzo al room service. A metà del racconto di Lili, mentre siamo tutti emozionati e costernat per la bambina di sei anni con l'occhio spappolato da una pallottola, entrano due camerieri con vassoi carichi di riso, frutta, curries appetitosi di pollo e di manzo.

Interrompiamo l'intervista e ci buttiamo avidi sul cibo, assaporiamo con grandi sospiri di apprezzamento la birra ghiacciata. Ci e' venuta una gran fame.

E' la pulsione vitale che si fa strada, prepotente, irresistibile, per esorcizzare il dolore e la morte.





La fine si avvicina

L'ultima fragile oasi di sicurezza è il compound dell'ONU a Dili, dove sono ammassati i dipendenti timoresi dell'ONU che non hanno potuto abbandonare l'isola (gli aerei erano riservati ai funzionari stranieri, naturalmente) e un paio di giornalisti coraggiosi che riescono ancora a trasmettere notizie e immagini via satellite.
Stanotte il compound è stato preso d'assalto dalla folla impaurita: ho visto alla CNN mamme lanciare i bambini oltre il muro, attraverso i rotoli di filo spinato a lame di rasoio, e i bambini atterrare tutti coperti di tagli. Sangue dappertutto.
Orrore indescrivibile, impotenza. E al'ONU aspettano ancora di posare i culi sulle loro poltrone di pelle per prendere una decisione.





Due donne spaventate

Mattina presto. Becco Alex alla tavola del breakfast. Si sta sgolfanando uova, papaya, riso bianco e succhi di frutta. Io sono ancora rincoglionito dal sonno, mi faccio una pera di caffè nero e poi ordino due uova, riso, mango. Il servizio è scadente e approssimativo, i camerieri svogliati, la sala da pranzo mica tanto linda.
- Stamattina vado alla segreteria di Xanana, mi fa Alex.
- Vengo anch'io, irmão.
- Sicuro, my friend? Ti piace vivere pericolosamente, eh?
Rido. Abbiamo parlato proprio ieri sera del film di Peter Weir "The year of living dangerously", con Mel Gibson e Sigourney Weaver. E' la storia di un giornalista australiano che si muove nel sottobosco dei gruppi della sinistra clandestina a Giakarta nel '65, all'epoca delle stragi della CIA e di Suharto.

Coi soliti due, tre taxi a tappe, arriviamo chissadove. Queste casette basse ombreggiate da alberi di mango sembrano tutte uguali. Ci facciamo lasciare dal taxi trecento metri dopo, girato l'angolo, poi torniamo sui nostri passi a piedi. La strada è deserta. Buon segno. O no?

Un cancelletto basso che si apre con un cigolio, qualche metro di ghiaia, una porta verniciata di bianco, un po' scrostata. Alex suona. Nessuna risposta.
Mi guarda, nervoso:
- Mmm.. questo non mi piace, my friend.
- Proviamo a buttar giù la porta?
Mi guarda in tralice, un po' spazientito. Si capisce benissimo che vorrebbe dirmi "Hai visto troppi film di John Wayne".
Chiama:
- Rosalie!
Silenzio.
- Rosalie!
Bussa ancora:
- Rosalie, sono Alex Gusmao! Mi manda Kirsty! Sono venuto a prendervi per portarvi in salvo!
Una tendina si muove e si richiude. Sentiamo qualche passo all'interno. Due giri di chiave.
Si apre uno spiraglio di porta, vediamo due occhi spaventati. E' una ragazzina, avrà diciassette anni.
Alex fa:
- Ciao: è qui Rosalie Sword?
Una signora matura spalanca la porta:
- Alex! Entra!
Alex entra in fretta, mi spinge dentro, chiude la porta. La signora lo abbraccia.
- Oh, Alex! Sei venuto! Grazie, grazie!
- Rosalie, fai i bagagli. Qui non è più sicuro. Ti porto via. Tu sei Virginia, suppongo?
La ragazzina è carina, alta, con lunghi capelli neri. Ha gli occhi terrorizzati e profonde borse sotto gli occhi:
- Sì, Virginia Magalhães.
- Bene. Rosalie, tu per ora resti qui a Giakarta, ma ti trasferiamo in un posto più sicuro. Dai, preparate le vostre cose, ché andiamo. Virginia, tu devi correre all'aeroporto, ti abbiamo trovato un posto sull'aereo di stasera per Lisbona. Contenta?
- Oh, sì, grazie!

L'aereo per Lisbona? Mi sembra di essere in Casablanca. John Wayne, Mel Gibson... cui manca solo Humphrey Bogart che spalanca la porta con un calcio. Ho un leggero senso di irrealtà, forse sto sognando, non mi sembra possibile che qui si parli davvero di morti e di gente che scappa per salvare la vita. Non ho nessuna paura, sto giocando, sono invisibile. Adesso premo il telecomando e cambio canale.





La signora che amava il Soave

Le due donne spariscono a far le valigie. Alex attacca a parlare nel cellulare in qualche lingua che non capisco, tetum o bahasa. Mi siedo su un divano sdrucito e mi guardo intorno. Era qui che lavoravano gli abitanti di un'isoletta sperduta contro la più grande nazione-arcipelago del mondo, appoggiata dalla più grande potenza del mondo? Ha l'aria sorprendentemente povera: cinque stanze, un piccolo bagno disordinato, migliaia di documenti, due computer, qualche brandina, una cucina, un tavolo da pranzo. Molta polvere, tante carte per terra. Sicurezza minima. Non c'è nemmeno un muro di cinta. Chiunque potrebbe passare qui davanti e sparare una raffica di mitra attraverso le finestre non blindate che danno sulla strada.

Su uno scaffale trovo un pacco di cartoncini con scritto, in verde: "With Compliments - Xanana Gusmão, President of CNRT".
Ne prendo un paio.

Rosalie, la signora, è pronta per prima. Si affaccia alla porta e mi chiede, con un perfetto accento britannico, se gradisco una tazza di tè.
Il tè è pronto in cinque minuti: due bustine in un pentolino d'alluminio un po' ammaccato, due tazze di plastica. Ci sediamo sul divano a fare conversazione.
- Mi spiace di aver dimenticato il mio italiano - fa Rosalie, che è australiana - ho passato dei mesi bellissimi tra Asolo e Treviso. Ah l'Arena di Verona, che spettacoli ... e poi ... il vino italiano, il Soave, soprattutto il Soave...
La conversazione si snoda tranquilla, divertente, parliamo di opera buffa e di Carlo Bassani, di Muti e di Moravia. Antonioni sì o Antonioni no? E Bertolucci? E Fellini? Scola, lei ama molto Scola. Ci sono nuovi registi in Italia? La commedia all'italiana ha trovato degni successori?

Non oso accennare ai Fratelli Vanzina.

La conversazione si snoda piana, divertente, ci scambiamo battute e barzellette, Rosalie ha una bella risata argentina, è una donna piena di charme. Fra un sorso di tè e una frecciatina alla Regina d'Inghilterra dimentichiamo per una mezz'ora l'orrore che ci ha fatto incontrare.





email da Davide Corona

Al cybercafe che frequento regolarmente per comunicare con gli amici rimasti in Italia e con Repubblica, che nel frattempo ha pubblicato la storia di Alex e delle teste mozzate, ricevo una mail un po' particolare.

Da: Davide Corona
Oggetto: Urgente

Ciao Enzo,
come stai? Fammi sapere se Alex è con te, so che è in pericolo di vita se puoi dagli una mano stiamo cercando di ottenere il permesso di entrare in un’ambasciata europea. Ricorda che cerca protezione, non asilo.
Fammi sapere se sta bene, ma non scrivermi dov’è: l' email non e’ sicura.
Un abbraccio.
Davide





email dal Cile

Un paio d'ore dopo ricevo un'altra mail, in un italiano più che discreto, con gli accenti tipici di una tastiera spagnola: è indirizzata a Davide e a me.

Da: Lupo
Santiago del Cile
Oggetto: urgente

Davide, non só fino a che punto sia stato securo mandare l'e-mail ad Enzo.
Peró, se lui ti dice che Alex e’ con lui, facciamo una bella cosa: digli ad Enzo di andare in ambasciata con Alex e lasciarlo lí. L' ambasciata non puó mandarlo via.
In questo caso, per favore dí ad Enzo che porti con se’ anche Anna Gusmantes e Raphael Gusmantes. Só che sono amici, oltre ad essere cari amici miei in grave pericolo.
Speriamo che l' e-mail di Enzo sia sicuro. Non e’ un server indonesiano, quindi e’ molto difficile che lo stiano controlando.
Lupo





email da Giakarta

Da: egb
a. Davide Corona
cc. Lupo

Oggetto: Urgente

Tranquilli, Alex sta bene. Ci muoviamo il più possibile assieme: io lo chiamo "irmão", lui mi chiama "my brother". Comunque lui è perfettamente conscio del problema. Ragazzi, palle fredde. Se ci tocca ci tocca, ma vi assicuriamo che stiamo facendo il possibile per non farci praticare un numero eccessivo di buchi nella camicia.

Enzo




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