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E poi spunta Biancaneve
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- Alex, voglio intervistare Xanana.
- Eh, my friend, impossibile. Tutti i giornalisti vorrebbero farlo. Ma lui ha cose più importanti, già lavora venti ore al giorno.
- Eddài, almeno incontrarlo.
- Stai scherzando?
- Una conferenza stampa ...
- Hai visto da te, all'ambasciata entrano in pochissimi. Fanno fatica gli inviati di Time e Newsweek a essere invitati alle conferenze stampa.
- Ma io sono speciale. Sono italiano. L'unico italiano che conosci. E poi mica sono un giornalista: sono uno che sta facendo la resistenza assieme a te.
Minchia, potrei vincere i campionati mondiali di arrampicata sui vetri.
E infatti mi guarda, come a dire: cazzo stai dicendo, my friend? Ma io continuo, imperterrito:
- Se ti sparano cosa credi, che a me mi chiedono il passaporto? Eh già: te l'immagni i Kopassus? "Ah, lei è straniero? Oh, scusi tanto, allora non le spariamo".
Si mette a ridere.
- Mmm... guarda ... credo che sia impossibile. Comunque ne parlo con Kirsty, la sua segretaria.
Ogni tanto sparisce per una mattinata intera, o un pomeriggio. Chissà dove se ne va, tutto solo?
Non sto neanche in pensiero, il suo fatalismo deve avermi contagiato.
Massì ... in fondo, a noi, chi c'ammazza?
McDonald's chiama.
Alex ed io stiamo andando all'ambasciata finlandese per piazzare una decina di profughi. Abbiamo appena fatto un cambio di taxi e scrutiamo dal lunotto posteriore, nella muraglia di lamiere, di fari e di fumi di scappamento, per vedere se qualcuno ci segue.
Mi squilla il cellulare.
- Enzo, ciao, sono Franco!
Caro Franco. Una delle persone più acute del mondo della comunicazione italiana. E anche una delle più umane.
- Dimmi, Franco!
- Senti non è che potresti fare un salto qui, domani? Il cliente chiede qualche cambiamento al nuovo annuncio McDonald's ... poca roba, una questione di copy. Nel testo dovremmo dare più enfasi all'italianità dei prodotti e meno alle patatine fritte ...
Ho una lieve vertigine. Qual è la realtà? Questa di Giakarta, della fuga e della paura? Quella là, dell'immagine e delle quote di mercato?
- Franco, non sono a Milano...
- Ah, dove sei?
- Sono a Giakarta.
- A Giakarta? E che ci fai, in Indonesia?
- Abbi pazienza, non ti posso spiegare, ma li leggi i giornali? Sai cosa sta succedendo a Timor Est?
- Certo, è su tutte le prime pagine!
- Ecco ... uhm, ho a che fare con quella storia lì... Capito? Sono un po' impicciato, adesso. Ci possiamo risentire, non so... fra qualche giorno?
- Ah ... ti sei cacciato in uno dei tuoi soliti casini? Okay, okay, chi se ne frega della pubblicità e delle patatine. Facciamo noi, stai tranquillo! Ti faccio tanti auguri! Fammi sapere, se puoi! E ... oh, non fare cazzate, eh? Stai attento!
Caro, vecchio Franco. Io lo so che, dietro le sue battute ironiche e le sue cravatte impeccabili, batte un cuore ribelle.
Al Mandarin Oriental.
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A Saigon era il Caravelle, a Beirut il Commodore, a Gerusalemme l'American Colony: ogni capitale in guerra ha il posto dove i corrispondenti stranieri si riuniscono, bivaccano, spettegolano e si portano a letto una serie di ragazze carine, eleganti e rampanti della borghesia locale, pronte ad accettare disinvoltamente una cena da cento dollari, un incarico di interprete o un anello di fidanzamento.
A Giakarta è il Mandarin Oriental, una torre di venti piani sulla Jalal Thamrin, a trecento metri dall'ambasciata britannica, di fronte a una piazza rotonda con una grande fontana e il Monumento del Benvenuto. Il Mandarin ha 450 stanze, un centro servizi molto efficiente e un trasmettitore satellitare in alta banda, in grado di inviare immagini alle TV di tutto il mondo.
Se il Mandarin è il centro dei corrispondenti esteri, il cuore del Mandarin non sono i due lussuosissimi ristoranti dell'albergo, ma il bistrot a pianterreno. Che si chiama KafeKafe e offre, a meno di dieci dollari, un buffet piuttosto ricco a ogni ora del giorno e della notte: ci trovi il nasan goreng, ogni sorta di panini, il sushi, una varietà di piatti similfrancesi e perfino delle lasagne "bolagnaise" calde calde, quasi come alla stazione di Bologna.
Al KafeKafe
Al Kafekafe ci incontri proprio tutti: gli inviati famosi, i fotografi di cento guerre, gli operatori, i ruffiani, le belle donne, le spie.
Passando, capti frammenti di conversazione in una mezza dozzina di lingue diverse:
"Hey, do you remember that day out of Phnom Penh..."
"Ola amigo, que tál de Manuél? Lo hé perdido de vista después de Beirut..."
"C'est fini, les Indon les vont fouttre tous, ces pauvres mecs ..."
"... o direito do Povo de Timor-Leste à autodeterminação ..."
" ...Bischof Belo bedeutet auch eine ständige zwischen Politik und
Pastoral ..."
Gli operatori discutono di obiettivi e di filtri, il corrispondente angolano nero come il carbone flirta con la bella radiocronista di Singapore. Qui una producer di Hong Kong (ma sono tutte belle le donne dei media, santo dio? O sono solo le belle che fanno carriera nei media?) briffa l'operatore e il fonico per uno shooting a Timor Ovest, là un terzetto di vecchi volpazzoni britannici sta acquattato in attesa di un soffietto dai dear old chaps dell'ambasciata. Ogni tanto squilla un cellulare, vedi due o tre che si alzano, mollano il cibo e spariscono in fretta, chissà dove, in qualche angolo remoto di questa megalopoli di 9 milioni di abitanti.
Al Kafekafe conosco un sacco di gente. Jean-Luc, un fotografo francese ex paracadutista che, qualche anno fa, è vissuto con i guerriglieri del Falintil. Le sorelle Barry, due bionde australiane specializzate in reportage di guerra, appena tornate dalla Birmania dove hanno intervistato clandestinamente Aung San Suu Khyi. Un numero imprecisato di giornalisti e fotografi inglesi, americani, francesi, belgi.
Sono molti soprattutto gli australiani, vista la vicinanza e l'importanza strategica che riveste per loro Timor. Alcuni di loro condannano apertamente la posizione del loro governo, che tiene pronti 2.000 uomini scelti e non li fa partire per non indispettire il potente vicino indonesiano. "By God, we have a debt of honor with those chaps, they saved our asses during WWII!" (Perdio, abbiamo un debito d'onore con quei ragazzi, ci hanno salvato il culo durante la Seconda Guerra
Mondiale!).
Molti di loro hanno si portano dietro un grosso senso di colpa: sono scappati dal massacro e hanno lasciato a morire tanti amici timoresi.
Repubblica chiama
Me ne sto passeggiando tranquillamente per Jalal Jaksa, guardando i mille venditori ambulanti che offrono cibo fumante, spiedini alla brace e dolcetti ai lati della strada, quando squilla il cellulare.
- Hallo?
- A E'... so' Fabbio!
La redazione esteri di Repubblica: mi sta col fiato sul collo come un mastino.
- A E', là sta a succede 'n casino! Stanno a ffa' 'n mijardo de morti!
- A me, lo dici? Sono qua a Giakarta, mica a Villa Borghese!!
- E allora, quanno la fai st'intervista?
- A chi?
- A Scianàna!
- Ah, adesso t'interessa? Un mese fa giorni fa manco sapevi chi era! Ma non hai il tuo famoso inviato speciale a Giakarta?
- Macché, quello nun leva 'n ragno dar buco!
- Ma come no! Ieri l'ho incontrato che mangiava al Mandarin!
- Magna, lo so che magna! Ammazzelo quanto magna, me manna certe note spese...
- E a me due tappi e una lattina, vero?
- Ma cche tte frega, tu sei un puro, lo fai p'a 'a gloria!
- La gloria un cazzo, venire in Indonesia costa, mi devi pagare almeno il biglietto dell'aereo!
- Vabbè, vabbè, poi vedemo... porteme a casa l'intervista, ma sbrighete, che fra 'n po' finisce tutto e de Timor nun je ne frega più 'n cazzo a nessuno!
- Vabbè, io ci provo, ma non garantisco. E' difficile.
- Ma cce devi riuscì!
- Non ci contare, è impossibile...
Però in cuor mio ci spero. Lasciamo che le cose scorrano.
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La morte in fondo agli occhi.
Alex passa in albergo e andiamo insieme a prendere Kirsty. Dove abita la segretaria di Xanana? Ma al Mandarin, naturalmente, che ha il vantaggio di essere a due passi dall'ambasciata britannica: casa e bottega.
Alex fa sempre un po' il misterioso. Si apparta e le telefona che siamo arrivati. Ci sediamo nelle poltrone di cuoio della hall, dove un megaschermo proietta immagini di case che bruciano, di cadaveri nelle strade, di una popolazione mesta di profughi in attesa sul molo. Sotto, una comitiva di turisti olandesi sta pianificando allegramente la serata, totalmente indifferenti alla tragedia di Timor.
Ma ecco Kirsty, che scende dalla grande scalinata sottobraccio alla mamma, Rosalie: è carina, bionda, il viso luminoso, un bel sorriso franco e l'aria sana della brava ragazza australiana impegnata per i diritti civili. Alex ci presenta, lei mi guarda negli occhi e mi dà una stretta di mano franca e vigorosa. Poi si va, e una volta di più mi stupisco della mancanza di precauzioni: usciamo a piedi nella notte, diretti verso un ristorante dei dintorni. Forse Kirsty e la madre non sono un obiettivo interessante.
La cena è simpatica, ridiamo, chiacchieriamo del più e del meno, dell'Italia e dell'Europa, delle stagioni, di cinema. Rosalie ha appena visto L'Assedio e mi chiede notizie di Bernardo Bertolucci, di quella bellissima casa con la scala a spirale, dell'ottobrata romana che sta per arrivare, e naturalmente della dolce vita italiana. Non sfioriamo assolutamente l'argomento che in questi giorni occupa le teste e appesantisce i cuori.
Ma verso la fine della cena arriva Thor: un fotografo norvegese bello come un angelo, un vichingo biondo con la faccia giovane e pulita da sognatore, gli occhi stanchi e arrossati che ogni tanto si perdono nel vuoto e si contraggono come se rivedessero qualcosa di profondo e orribile.
Ci racconta, Thor. Racconta che è appena arrivato da Timor Est, che ha visto i massacri, che è stato catturato dalle milizie, che è stato a un pelo dall'essere ammazzato. Ogni tanto un brivido lo scuote tutto.
Quello che ha nelle pupille è una paura brutale, senza nome. Thor ha la morte in fondo agli occhi.
Buonanotte, Biancaneve
Riaccompagnamo le signore al Mandarin. Durante il tragitto, prendo Kirsty sottobraccio.
- Che cena piacevole, eh?
- Sì, Enzo, grazie a te ... non ne potevo più di star chiusa tra l'ambasciata e l'albergo..
- Ma ... girate sempre così, senza precauzioni?
- Che vuoi fare? Gli inglesi sorvegliano l'albergo, ma non possono
darci una scorta. E poi, personalmente, non credo di essere un bersaglio interessante.
- Ma Alex? Alex lo è.
- Oh, Alex ... sceglie lui. Non posso obbligarlo a stare al coperto, se non vuole.
- Senti... sono proprio obbligato a chiamarti Kirsty?
- Beh, è il mio nome. Perché, come vorresti chiamarmi?
La cosa di lei che mi ha colpito di più alla cena è la sua aria modesta e molto concreta, la sua dolcezza e un qualcosa di speciale che emana, una sorta di radiante candore.
- Ti dirò.. secondo me somigli a Biancaneve.
- Biancaneve? E' una parola italiana? Che significa?
- Snow White. Tu sei candida, hai l'aria da Biancaneve.
Nella notte calda, umida e pericolosa di Giakarta la sua risata squilla piena d'allegria:
- Ah ah ah ah! Va là che sei proprio matto!
Ma quando ci lasciamo, nella hall del Mandarin, mi sorprende stringendomi in un abbraccio lungo, pieno d' affetto, tutto offerto, con i seni contro il mio petto e le cosce contro le mie. Le dò un bacetto sulla fronte e le sussurro:
- Good night, Biancaneve.
- Good night, Enzo. Telefonami.
Mi allontano a piedi verso il Monumento del Benvenuto e le sue fontane, tutto allegro, le mani in tasca, fischiettando. Non mi starò mica innamorando?
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